La marcia dei “sessantamila” è un campanello d’allarme per il centrodestra

Se il centrodestra italiano non fosse solo un accampamento di sigle e di leader più o meno  in palla troverebbe il tempo per soffermarsi sul significato profondo della marcia che ha visto oltre sessantamila tra microimprenditori, artigiani, commercianti e lavoratori del privato gremire Piazza del Popolo per reclamare a gran voce un fisco più equo ed una burocrazia più efficiente. Se lo facesse, si accorgerebbe che in quella piazza c’era il popolo delle partite Iva umiliato dalla scarsa competitività del “sistema Italia” e in via di affondamento sotto i colpi di una tassazione ormai intollerabile ed una lentocrazia asfissiante ed assolutamente incompatibile con i tempi dell’impresa e della produzione. Se lo facesse, in quella piazza il centrodestra riconoscerebbe il “blocco sociale” che lo ha accompagnato sin dagli albori premiandolo ad ogni elezione con la speranza di vedere finalmente realizzata in tutto o in parte la sempreverde rivoluzione liberale e forse si renderebbe conto che quella protesta ha il gusto amaro di una svolta, forse non ancora irreversibile ma che va ben oltre un campanello d’allarme.

Politicamente parlando, la marcia di piccoli imprenditori, bottegai ed artigiani equivale alla revoca della delega a rappresentarli firmata alla coalizione berlusconiana. Ora sono sul mercato. Non come produttori, questa volta, bensì come potenziale bacino di consensi di gran lunga superiore ai circa quattro milioni di dipendenti pubblici. E se a quest’ultimi è inibito il ricorso alla “sopravvivenza” (copyright Fassina) derivante da elusione e/o erosione fiscale, i primi sono esclusi da una serie di garanzie e benefici. C’è una certa differenza tra un pubblico dipendente che marca visita ed un commerciante che abbassa la saracinesca perché malato. Il dipendente non perderà nulla del suo stipendio. All’esercente nessuno rimborserà i mancati incassi.

Sono considerazioni persino banali, ma che nessuno più mette in evidenza. Ecco perché non è sbagliato sostenere che in una fase politica in cui l’accusa di tradimento sembra farla da padrone, i veri traditi sono proprio i rappresentanti delle categorie che hanno affollato Piazza del Popolo. Questo non significa che se domani si tornasse alle urne Forza Italia, Lega Nord o Ncd non ne riceverebbero un voto, ma semplicemente che non ne rappresentano più l’approdo naturale ed esclusivo. La logica del monopolio non funziona nemmeno sul mercato elettorale perché uno sbocco concorrenziale, prima o poi, si apre. I voti di Grillo al nord sono tutti i di sinistra o non vi si trovano forse – confusi e disperati – anche quelli di tanti titolari di capannoni, botteghe e negozi? Stesso discorso vale per l’astensionismo nel sud. E ora si è inserito anche Renzi, che di quel mondo è addirittura figlio (il padre è un piccolo imprenditore). Se il centrodestra non vuole ridursi a rispettabilissimo recinto di casalinghe, anziani ed adolescenti e se ancora coltiva l’ambizione di rappresentare lo sbocco naturale dei ceti produttivi e dell’economia reale, deve darsi una mossa. L’occasione gliela offre proprio il nuovo governo che sta per nascere e le soluzioni che esso metterà in cantiere per arginare la crisi e ridare slancio e respiro alle aziende. È una sfida che paradossalmente riguarda più il Ncd che Forza Italia. Sarà infatti all’interno della maggioranza che si giocherà la partita per il lavoro e lo sviluppo e Alfano ha tutto l’interesse a dimostrare la validità e la lungimiranza politica della sua scelta scissionista. Solo caricandosi sulle spalle le ragioni di microimprenditori, artigiani e commercianti l’ex-delfino riuscirà a dare una vera ragione sociale al suo partito e a non finire nella tonnara in cui – in complice intesa con Renzi – cerca di spingerlo Berlusconi.