La “civilissima” Svizzera dice no all’immigrazione di massa. E mette a rischio anche i posti di lavoro degli italiani

La Svizzera ha dato un giro di vite all’immigrazione. Sconfessando il governo e per una manciata di voti, gli svizzeri hanno approvato per referendum l’iniziativa «contro l’immigrazione di massa», di fatto bocciando l’Accordo di libera circolazione delle persone in vigore con l’Ue e definendo tetti massimi e contingenti annuali per tutti gli stranieri: cittadini dell’Unione europea, frontalieri e richiedenti asilo inclusi. Al termine di un testa a testa fino all’ultimo voto, l’iniziativa promossa dal partito di destra dell’Unione democratica di centro (Udc/Svp) è stata approvata dal 50,3 % dei votanti con uno scarto di meno 20mila schede. Ma tanto basta. La Svizzera è costretta a fare i conti con le conseguenze “nefaste” di un’immigrazione fuori controllo – questo è stato l’argomento che ha convinto tutti – dalla disoccupazione in aumento, ai treni sovraffollati, all’aumento degli affitti. Il governo non ha avuto scelta e ha annunciato che intende avviare discussioni con l’Unione europea, con cui la Svizzera è legata da un Accordo sulla libera circolazione delle persone, mentre Bruxelles ha immediatamente espresso «rammarico». Dura è stata la reazione della Commissione: il voto degli svizzeri, ha avvertito, «va contro il principio della libera circolazione delle persone tra l’Ue e la Svizzera», e rimette in questione l’insieme delle relazioni bilaterali. Anche se al momento, ha spiegato il portavoce dell’esecutivo comunitario Olivier Bailly, «nessun accordo è rimesso in questione», perché il governo svizzero ha ora tre anni di tempo per tradurre il voto popolare in leggi,  Bruxelles «giudicherà in base a queste» il da farsi. Ma Berna è stata altrettanto chiara e ha intenzione di procedere spedita: il presidente della Confederazione, Didier Burkhalter, ha detto che nelle prossime settimane il Consiglio federale studierà le possibilità di porre su una nuova base le relazioni con l’Ue.

L’esito del voto svizzero di fatto ricusa l’accordo tra Ue e Confederazione elvetica del 1999 sulla libera circolazione dei lavoratori, che è legato ad altri sei accordi bilaterali fondamentali su trasporto aereo, merci e passeggeri, ricerca, commercio agricolo, requisiti di conformità e appalti pubblici, dalla cosiddetta “clausola ghigliottina”: se uno solo decade, sei mesi dopo anche tutti gli altri decadono. Berna vorrebbe cercare di negoziare con Bruxelles per preservare gli altri accordi, ma la Commissione ha subito messo in chiaro che «la libertà non si negozia e la libera circolazione è assoluta, la si accorda a tutti o a nessuno». In questa “guerra fredda” dichiarata dalla Svizzera all’Ue quel che preoccupa, anche se gli effetti non saranno immediati, sarà il contingentamento dei posti di lavoro per i frontalieri. Attualmente sono 65658 gli italiani che lavorano regolarmente in Svizzera. C’è da aspettarsi che in futuro il trend attuale subirà un’inversione di tendenza, portando a una graduale diminuzione delle presenze straniere nella Confederazione. «Alla luce dei risultati del referendum, è ormai imprescindibile aprire un tavolo di confronto col Canton Ticino e con la Confederazione Svizzera che veda la tutela dei lavoratori frontalieri quale primo imprescindibile argomento di confronto», chiede alla Regione Lombardia il consigliere di Fratelli d’Italia, Francesco Dotti, vice presidente della commissione consiliare per i Rapporti con la Svizzera. La speranza – aggiunge in una nota – è che anche il governo finalmente si attivi per la tutela dei lavoratori e per la salvaguardia dei ristorni, fondamentali per comuni e realtà di confine e utilizzati per opere e servizi finalizzati alla sicurezza dei frontalieri». Anche al governatore della Lombardia Maroni preoccupa la questione aperta sui “ristorni”, la quota delle tasse pagate dai lavoratori frontalieri che tornano ai comuni italiani di confine: «Non vorrei che Saccomanni, per avere qualche concessione sullo scambio dei dati riguardo ai depositi bancari in Svizzera, consentisse la revisione del trattato sui ristorni che in ottobre compirà quarant’anni».«Portare indietro le lancette della storia non è la soluzione e l’isolamento a trecentosessanta gradi alla lunga è un boomerang. Anche perché va ricordato che l’Unione Europea è il principale partner economico della Svizzera», dice l’europarlamentare Lara Comi (Forza Italia). «Io continuerò in tutte le sedi europee – aggiunge – a battermi contro questo tentativo di discriminare i lavoratori italiani. Se persisterà questa politica, potremmo fare la proposta di rompere gli accordi di Schengen cui la Confederazione Elvetica ha aderito».