Genova, studentessa punita per aver indossato i leggings a scuola. «Quei pantaloni erano stupendi…»

Vietato indossare i leggings a scuola, pena una nota sul registro. Succede all’alberghiero “Marco Polo“ di Genova. Sarà l’onda lunga della paura di quanto successo a Finale Ligure dove, in un analogo istituto professionale, una giovane studentessa ha denunciato di essere stata vittima di una violenza nello spogliatoio della scuola? Il preside del “Marco Polo”, Renzo Talini, assicura che non esistono collegamenti e che il “no” della scuola genovese ai leggings è proprio “farina del suo sacco”, contenuta in una circolare diffusa lo scorso anno. A farne le spese è stata una studentessa che ha ricevuto una nota per essere andata a scuola con indosso un paio di aderentissimi – e diffusissimi – pantaloni. La notizia ha ben presto fatto i giro della Rete in un incessante tam tam tra adolescenti. È bastato che la ragazza postasse su Facebook la notizia – “cavolo di scuola che non vuole i leggings, l’unica che non li accetta. Ho preso una nota per dei pantaloni stupendi” – perché, in pochi minuti, le sue parole ottenessero un profluvio di approvazioni tradotto in 41 mi piace, destinati a salire esponenzialmente col passare delle ore. Una “solidarietà” diffusa.

Che dire? Speriamo che il divieto non si diffonda e rimanga confinato all’exploit di una singola scuola, altrimenti le classi italiane sarebbero decimate e anche più. Ma non è questo il punto. La scuola italiana che tutti lamentano aver perso di autorevolezza (ed è vero) – con professori che sempre più spesso accorciano le distanze tra il loro ruolo e gli stili di vita degli studenti, accusati di saper insegnare poco e male – ad un tratto tira fuori gli attriìbuti, si ammanta di autorità e fa un crociata per un leggings attillato. Dovremmo applaudire? Una decisione che oscilla tra l’inopportuno e il ridicolo. Il preside non dovrebbe avere a cuore il grado di maturità dei ragazzi più che il grado di aderenza di un pantalone? Non dovrebbe occuparsi di programmi, di viaggi di istruzione, di disciplina in senso esteso? Anche la decenza nell’abbigliamento a scuola è “disciplina”, d’accordo, ma qui non si tratta di un ombelico lasciato fuori da un jeans a vita bassa o di un décolleté fuori luogo o di un collant trasparente e malizioso. La nota disciplinare cita espressamente il leggings, capo coprente, di tutti colori, soprattutto per tutti i portafogli. Basta andare fuori qualsiasi scuola per rendersene conto, dalle materne alle superiori, cambiano le fantasie e i colori, ma il leggings oggi è il capo d’abbigliamento più diffuso, dalle bambine delle elementari in su. Ma li troviamo indosso anche alle insegnanti, alle madri, alle donne più agée. Meritano tute una nota? Jeans e leggings sono  la “divisa” tipica della studentessa. Una nota per tutte? È una colpa, poi, se qulcuna è più formosa della compagna filiforme e dà più nell’occhio? I leggins videro i loro natali negli anni ottanta, per poi essere dimenticati nel cassetto, relegato agli abiti da palestra e agli accessori da ginnastica. Meglio noti come fuseaux, sono da qualche anno tornati alla ribalta con il nome di leggings. Comodi, versatili, pratici, si prestano ad essere abbinati con tutto, vetiti, maglioni, maxi-pull. Anzi, spesso le ragazze li indossano sotto una gonna, proprio per attutire l’effetto di un capo troppo corto. La credibilità e l’immagine di una scuola si fondano su altri principi, così come il rispetto si guadagna in altro modo. Il preside farebbe bene a scrivere una nota disciplinare al ministro Carrozza, per aver proseguito, per esempio,  nei tagli ai laboratori, che in un istituto come l’alberghiero sono “pane quotidiano”. Un dirigente scolastico dovrebbe avere altre priorità, in assenza di palesi oltraggi al pubblico pudore. Se proprio non ne è capace e vuole scivolare nel ridicolo, invece del Pof, stili un catalogo di moda, primavera-estate e autunno- inverno, così al momento dell’iscrizione uno si adegua. Dall’istituto spiegano che le norme del regolamento interno sono severe perché ispirate alle regole che i grandi alberghi applicano al personale. Già, perché la scuola è come l’Hotel Hilton…