In Inghilterra fanno il tifo per Shakespeare alle elementari. Da noi si svuotano le facoltà umanistiche…

Immaginate che, in Italia, qualche intellettuale se ne esca dicendo che Dante e la sua Commedia vanno studiate fin dalle elementari. E non una versione in prosa, ma proprio nella versione originale. Le terzine, le metafore, le similitudini e tutto il resto. Resterebbe inascoltato. Trattato alla stregua di un buontempone un po’ matto che vuole lanciare una provocazione. Nessuno gli darebbe retta. Perché da noi si pensa che la lingua più formativa non sia quella di Dante (peraltro non proprio easy) ma l’inglese. E che a scuola non servano le terzine del poeta fiorentino ma i computer. E magari che occorra depurarla, la Commedia, dai passaggi “omofobi” e cose di questo genere. Da noi ci si appassiona per questo. Un po’ per provincialismo, un po’ per consolidata abitudine a spalmare l’ideologia sulla disastrata istruzione nazionale.

Invece una vicenda simile è accaduta in Gran Bretagna, dove quest’anno si celebra il quarto centenario della nascita di William Shakespeare. Là il direttore artistico della Royal Shakespeare Company, Gregory Doran, ha sostenuto che fin dall’età di 5 anni i bambini dovrebbero essere esposti ai lavori del Bardo di Avon e senza nemmeno intervenire sul linguaggio semplificandolo. “Il germe va inculcato da subito, prima che diventino cinici”, sostiene Gregory Doran, che risponde così alle proposte del ministro dell’Istruzione britannico, il conservatore Michael Gove, secondo cui nei programmi scolastici bisogna puntare di più sui classici, rendendone lo studio obbligatorio nelle scuole secondarie statali. Ma Doran va oltre, a 13 anni secondo lui è già troppo tardi: “Diventa molto più difficile coinvolgerli che in età inferiore, quando non si hanno ancora tutti i pregiudizi, lo stress e le preoccupazioni che l’idea di studiare Shakespeare suscita, facendolo percepire come troppo accademico difficile e noioso”.

Ritrasferiamoci in Italia e il paragone diventa fonte di desolazione: da noi gli studi umanistici, aggrediti da una mentalità produttivistica figlia di un progressismo “straccione”, sono stati talmente trascurati che sono in calo le iscrizioni ai licei classici e alle facoltà di Lettere e Filosofia. Da noi quelli che fanno opinione vanno in tv a predicare ai giovani la cultura dell’efficienza: “Volete laurearvi in Storia? Peggio per voi, poi non lamentatevi che non trovate lavoro…”. E Dante è più studiato negli Usa che nelle nostre scuole, perché gli italiani si accontentano di leggere l’Inferno di Dan Brown. Da noi a nessun ministro dell’Istruzione verrà mai in mente di dire che i classici vanno studiati già alle elementari perché sfidare il tabù che identifica come “residuale” quel settore di studi è difficile e complicato. Peccato, perché l’umanesimo è un gradino fondamentale di ogni tipo di formazione. E anche un futuro consulente finanziario, per dire, potrà trovare gratificante la propria aspettativa di ricchezza ma vivrà sempre come deprivante la sua incultura (se non avrà letto, ovvio, neanche un Canto della Commedia).