Il realismo di Machiavelli contro la mistica della società civile incarnata dal nuovo premier

Mi scusino i lettori se, dopo aver ascoltato il discorso di Matteo Renzi al Senato, mi  dilungo in una lunga citazione tratta dal saggio di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo Il Popolo e gli dei.  Il brano racchiude il pensiero dei due autorevoli analisti sulla crisi politica, sociale e culturale che ci attanaglia. Per il bene del Paese c’è da augurarsi che il premier ne faccia tesoro. Anche se è arduo immaginare che ciò possa accadere, visto l’atteggiamento con cui si è presentato, le modalità usate nel togliersi di torno Enrico Letta per alloggiare in sua vece a Palazzo Chigi, e udito il funambolismo oratorio,  da affabulatore di masse piuttosto che da leader consapevole del ruolo di statista che è chiamato a ricoprire. I fatti, nella loro cruda concretezza, ci diranno di che pasta è fatto davvero l’ex sindaco di Firenze.

Per  ora, oltre la diagnosi intorno ai mali che perseguitano l’Italia non è andato. Su questo terreno non è difficile individuare punti di comune riflessione. E’ sulla terapia che ancora non c’è nulla che indichi la via della guarigione. Manca un programma chiaro e lineare. Questo è il punto critico più evidente ed essenziale. Si ha la sensazione che Renzi si muova nel solco del programma del governo precedente, che l’unica novità la faccia l’anagrafe dei ministri e la sua figura sbarazzina e strafottente. Per la verità l’unica novità , ammesso che riesca ad andare in porto, è la accelerazione della riforma elettorale, dove il contributo di Berlusconi è tornato ad essere decisivo. Non è poco. Ma non è sufficiente se si vuole davvero dare alla legislatura un respiro più ampio, addirittura  di pieno mandato, fino al termine del  2018. Veniamo ora alla citazione. “La furia popolare ha travolto la credibilità dei partiti, dei loro apparati e dei rispettivi dirigenti, e ha seminato alcune false convinzioni”, scrivono De Rita e Galdo. Quali sono queste “false convinzioni”? La principale , secondo i due autori, è  “quella, per esempio, di non riconoscere valore alla professionalità del mestiere politico. Nulla di più sbagliato: la politica ha una tecnicalità che richiede mestiere, competenza, esperienza, tirocinio, e innanzitutto il radicamento in una cultura di riferimento.

Chi esercita il lavoro politico nelle assemblee elettive deve conoscere i meccanismi, le regole, le funzioni, e ciò vale per un consiglio comunale come  per la Camera o il Senato. La politica ha bisogno di autorevolezza, non di autoritarismo. Ha i suoi tempi, il suo linguaggio, la sua sintesi. E un valore etico che non è riconducibile soltanto al fondamentale comandamento di “non rubare”: senza un progetto, un orizzonte di lungo respiro, la politica diventa solo gestione dell’esistente e scivola nella dimensione del potere fine a se stesso. Ancora: “L’eclissi di leadership, fenomeno in evidente crescita da alcuni anni, non può essere sostituita dal salvatore della patria di turno, dall’uomo della provvidenza. Con queste figure surrettizie si possono conquistare consensi, magari si vincono le elezioni, ma non si riesce a governare la complessità del Paese. La politica, infine, è realismo, nulla a che vedere con l’astuzia e la furbizia: solo con una buona dose di competenza intellettuale si comprendono le cose nei particolari, come diceva Niccolò Machiavelli, e si agisce con responsabilità”. Più avanti, i due studiosi mettono in guardia, non senza ragione,  dal “falso mito della società civile”. E se la prendono con “la pomposa mistica della società civile, come serbatoio  di eccellenze da prestare alla vita pubblica”. Una mistica che non ha alcun fondamento nella realtà. Spesso nasconde meccanismi di cooptazione attraverso i quali si consolida un notabilato che occupa il circuito del potere non per competenza nè per capacità, ma solo in virtù di rapporti privilegiati e autoreferenziali. Il brano contiene indubbie verità. Fotografa il vuoto della politica. Indica i palliativi inutili e dannosi. Scruta l’orizzonte cui guardare se si vuole davvero restituire ruolo, dignità, spessore, qualità, senso, orientamento alla Politica, se c’è consapevolezza nel voler rimuovere i tanti, troppi luoghi comuni che hanno conquistato la scena negli ultimi tempi. Non è facile. Superare le banalizzazioni, indice dello scivolamento verso ambiti sub-culturali , se non proprio a-culturali, richiede fatica intellettuale, coraggio, intraprendenza.  Sconfiggere la macchina perversa e ingannevole della comunicazione artefatta e superficiale, è impresa ciclopica, immersi come  siamo nella “civiltà” della immagine, prigionieri degli spot e dei talk show. Ma farlo, significherebbe ridare dimensione, valore, entità, senso , “religio” al mestiere più bello del mondo, ormai ridotto a languire nelle ceneri della sua progressiva putrefazione.

E farlo  non è affatto contraddittorio con la domanda di modernità che si invoca nel governo del Paese. Significa semplicemente  riscoprire quel che è ” fondamentale”, quali sono gli elementi che, nella storia dell’umanità, hanno fatto grande, alta e nobile la Politica. Nulla a che vedere con la stucchevole litania del giovanilismo renziano che ripete la farsa di una incolmabile differenza tra innovatori e conservatori. Spesso è accaduto che le cose più nuove e intelligenti siano venute proprio dalle menti di chi veniva definito “conservatore”.