Il Pd divora i suoi figli, come Crono. E Renzi non è diverso da chi lo ha preceduto

Il Partito democratico divora i suoi leader come Crono divorava i suoi figli. E’ un’attitudine irresistibile che si ripete ad ogni stagione politica. Sicché dopo aver visto una intera classe dirigente dilaniarsi fino al punto di sparire dall’orizzonte politico, ci accorgiamo che quella che doveva essere nuova, in tutti i sensi, non è migliore. E non solo fa rimpiangere i riti della Prima e Seconda Repubblica, ma della partitocrazia complessivamente intesa dimostrando di considerare lo Stato, la Nazione, la cosa pubblica insomma, nient’altro che soggetti sui quali esercitare la solita  occupazione, esprimendo  un potere le cui sembianze assomigliano ad un Leviatano imbellettato.

Renzi non è diverso da chi lo ha preceduto. Muore dalla voglia di andare a Palazzo Chigi e per arrivarci sta tirando per le lunghe il congresso del Pd che si sarebbe dovuto concludere da un pezzo. Lo sta portando dentro le istituzioni, al più alto livello e, come un partitocrate di modesta caratura peraltro, lancia la sfida a Letta non con gli argomenti (questi sì degni di un vero e proprio confronto congressuale), ma con la delegittimazione quotidiana.

Non che il premier in carica (probabilmente lo sarà ancora per poche ore o pochi giorni) meriti una difesa a spada tratta non avendo combinato pressoché nulla, ma c’è tuttavia un limite alla bramosia di potere oltre il quale non è lecito misurarsi con la pazienza della gente. Questo a Renzi non glielo ha insegnato nessuno. Ritiene che basta essere votati da un paio di milioni di italiani alle “primarie” del suo partito (istituto non costituzionalmente previsto) per pretendere addirittura la presidenza del Consiglio. E poco o niente vale il discorso che molti vanno facendo in queste ore, vale a dire che non avrebbe la “qualità” politica per aspirare a tale carica perché privo del consenso popolare. Dettaglio. Ne abbiamo viste di cotte e di crude in tal senso. Non dimentichiamo che la nostra è una democrazia parlamentare: il capo dello Stato affida l’incarico di formare il governo a chiunque riesca ad ottenere una maggioranza in Parlamento. Questa storia del premier “indicato” o “scelto” dai cittadini è una bufala, o meglio un bozzetto da Disney politica che non corrisponde al dettato della Costituzione e men che meno allo spirito dei Paese: si riformi il sistema in senso presidenziale e le bagattelle renziane resteranno rinchiuse nel retrobottega dei mercivendoli fiorentini.

Il problema, dunque, è un altro. E attiene alla tenuta stessa della democrazia. Non si possono (o non si dovrebbero) compiere incursioni nelle istituzioni a seconda della propria ambizione, mettendo a repentaglio la stabilità. Il duello Letta-Renzi è soltanto all’inizio, ma rischia di provocare un big bang di proporzioni rilevanti se la “staffetta”, che al momento quasi tutti danno per scontata, dovesse concretizzarsi. Ne risentirebbe inevitabilmente più di altri il Pd: poco male, si potrebbe dire. Purtroppo gli effetti ricadrebbero sugli italiani considerati inaffidabili, ancora una volta, dall’Europa. E tutti, dagli investitori alle cancellerie continentali, si domanderebbero per quale motivo un cambio in corsa senza passare, come sarebbe d’uopo, per le elezioni che Renzi potrebbe anche perdere?

Su questo interrogativo s’infrangono le buone intenzioni, se mai ne ha nutrite, del sindaco-segretario quasi premier. Non ha sempre detto che i governi devono nascere in Parlamento a seguito del responso delle urne e, dunque, come espressione  della volontà dei cittadini elettori? Non ha costantemente biasimato la sottrazione della volontà popolare nella determinazione dei governi che si sono succeduti almeno dal 2011 ad oggi? Non ha stigmatizzato la distruzione, operata dal suo partito, di  premier in carica e premier potenziali, da Romano Prodi a Pier Luigi Bersani? E lui che cosa sta facendo?

Renzi è un autocrate piccolo piccolo. E a questa sua dimensione rapporta le ambizioni che cova manifestate con l’imperativo della rottamazione e probabilmente esaurite con la rottamazione di se stesso. Che vada lui a Palazzo Chigi o che ci resti Letta, prigioniero di veti e diffidenze che quotidianamente nascono nel suo stesso partito, vuol dire poco o nulla. Continuiamo a credere che la strada maestra sia quella dell’approvazione rapidissima della legge elettorale e poi subito al voto. Se Renzi vuole misurarsi con la democrazia reale piuttosto che con quella virtuale, acceleri il processo e permetta agli italiani di esprimersi.

La sua vittoria, semmai la coglierà, sarà allora legittima, piena ed indiscutibile ed avrà la possibilità per cinque anni di dimostrare quel che sa fare per tirar fuori il Paese dalla palude. Diversamente crediamo che non andrà lontano e si logorerà subito, fedele alla tradizione del Pd che è riuscito a farci vedere il peggio della degenerazione partitocratica come conseguenza del consolidamento dei partiti in nomenklature chiuse, arroccate, distanti dal Paese reale.