Il Pd di governo liquida Ignazio Marino e affossa la Capitale

È corsa contro il tempo per evitare il collasso della Capitale, dopo che il decreto Salva-Roma è stato ritirato per l’ostruzionismo ottuso di leghisti e Movimento 5stelle. Il collasso politico, invece, per Ignazio Marino a questo punto si è già consumato e, nella lettura di molti osservatori, a provocarlo è stato proprio il governo a guida Pd, che avrebbe potuto trovare altre strade rispetto al ritiro del decreto. Annunciando l’impossibilità di andare avanti, il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, ha assicurato che un nuovo provvedimento sarebbe stato presentato in tempi utili, ma l’impresa è complessa. Lo scetticismo è elevatissimo e il primo a manifestarlo è proprio Marino. «Io non ho davvero nessun interesse di mettere la mia faccia su un disastro annunciato», ha detto il sindaco della Capitale, lasciando Palazzo Chigi dove era andato a «illustrare la situazione» e prima di recarsi al ministero per l’Economia dove si cerca una difficilissima quadra. La “situazione” è che senza i 485 milioni previsti dal decreto la strada per evitare il default si fa strettissima. Marino ha parlato di «un buco di 816 milioni di euro ereditato» e ha sostenuto che lui cerca «da diversi mesi di riparare a un danno che abbiamo trovato». «Se si prende seriamente in considerazione che questa è la Capitale d’Italia – ha proseguito – e c’è bisogno di un intervento del governo, io sono disponibile e anche onorato di fare la mia parte. Se invece l’idea che Roma debba chiudere, che le municipalizzate debbano fallire io non sono disponibile. Quello è un altro lavoro e verrà un commissario liquidatore a licenziare migliaia di persone e a vendere tutte le aziende del Comune». A spiegare che le cose, però, non stanno esattamente come le ha raccontate il chirurgo in biciletta è stato il suo predecessore in Campidoglio, Gianni Alemanno. «Il ritiro del decreto Salva Roma non significa di per sé il default di Roma Capitale, ma è un insostenibile aggravio della situazione del 2014», ha chiarito l’ex sindaco, sottolineando che «o Marino riesce a dare una svolta subito o è meglio che getti la spugna». Alemanno ha parlato di una «situazione drammatica», che potrebbe diventare «insostenibile» anche per un commissario del governo. Per questo ha chiesto l’immediata convocazione di un consiglio comunale straordinario, chiedendo un’assunzione di responsabilità all’attuale giunta, partendo dall’ammettere che «il deficit del Comune di Roma è strutturale». Dunque, basta con la «falsa la tesi della sinistra che ha cercato di scaricare sulla nostra gestione i problemi di bilancio del Comune». «Non solo all’atto del passaggio delle consegne lo squilibrio reale del bilancio era di 165 milioni, cifra che Marino ha lasciato crescere fino a 815 milioni a novembre, ma il fatto che nel 2014 la situazione sia ancora più drammatica – ha sottolineato l’ex sindaco – dimostra che il deficit non dipende dalla nostra amministrazione». La richiesta di Alemanno, insomma, è che il sindaco inizi a fare il sindaco, senza cercare più scorciatoie mediatiche e coperture che potrebbero non arrivare. Tanto più che, come ha sottolineato poi Maurizio Gasparri, il Pd al governo ha dimostrato di essere tutt’altro che dalla sua parte. «Ci auguriamo tutti che per Roma si trovi una soluzione concreta e immediata per evitare il default», ha spiegato il vicepresidente del Senato, sottolineando però che, invece, per Marino non ci può essere happy end. «Dirà che è tutta colpa dell’ostruzionismo parlamentare, ma sappiamo entrambi che ci sono strumenti per poter approvare un decreto entro i termini di scadenza. La verità – ha chiarito Gasparri – è una: il nuovo governo ha voluto dare un chiaro segnale politico a un’amministrazione che ha fatto male, sta facendo peggio, è screditata e con la quale vuole avere poco a che fare. Marino – ha concluso – ne prenda atto e si dimetta».