Il “nipote” Letta prenda lezioni dallo “zio” (e anche da Berlusconi)

Enrico Letta è nato nel 1966, ha appena 47 anni, praticamente un’età da giovincello per gli standard della politica italiana. È stato ministro delle Politiche comunitarie a 32 anni, ministro dell’Industria a 33 anni, parlamentare europeo a 37 anni, sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri a 39 anni, premier a 46 anni. È il più giovane inquilino di Palazzo Chigi nella seconda Repubblica, con molti meno anni dei predecessori. Monti ne ha 70, Berlusconi 77, Prodi 74, Amato 75 e D’Alema 64 per citarli tutti. Ha oltre quaranta anni meno del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, arrivato a 88 primavere.

Questo quadro generazionale avrebbe dovuto portare il presidente del consiglio ad affrontare con maggiore nonchalance la perdita della maggioranza che lo sosteneva e anziché barricarsi nel Palazzo annunciando che nei prossimi giorni rivolterà l’Italia come un calzino avrebbe dovuto fare diversamente. Quando Silvio Berlusconi prese atto che non c’erano più le condizioni per proseguire la sua esperienza di governo salì al Quirinale per dimettersi, lasciò il campo ad altri, pur non condividendo, dichiarando di anteporre l’interesse dell’Italia al suo interesse personale. Letta, invece, che è ancora giovane e che ha avuto dalla politica molto più di altri e forse molto più di quanto si aspettava, sta facendo la figura del vecchio politicante sudamericano o dell’est Europa che cerca di rimanere fino alla fine asserragliandosi nelle stanze del potere, perdendo dignità e lucidità e non considerando che un gesto a favore del suo partito, del governo e del paese gli varrebbe spessore istituzionale e un credito per il futuro.

Invece il premier ha rilanciato con un programma che non è in condizione di affrontare, altrimenti lo avrebbe avviato già da un anno a questa parte, ed ha annunciato un nuovo patto ai partiti, non accorgendosi che non ha più partiti a cui proporre patti. Il suo Pd lo ha sfiduciato politicamente e vorrebbe evitare di farlo formalmente prima in direzione e poi in Parlamento, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano pur conservando un atteggiamento leale verso il premier non può che propendere per un governo guidato da Renzi, sia perché ne avrebbe la golden share sia perché avrebbe molte possibilità di stabilizzare la legislatura fino al 2018, avendo così tutto il tempo di costruire e rafforzare il partito e di far concludere naturalmente la parabola berlusconiana trovandosi poi una prateria elettorale da poter conquistare facilmente. Non a casa Alfano ha chiuso la pratica con un epitaffio, dicendo ai suoi deputati che “Letta si è sconfitto da solo, qualunque cosa dirà ormai è troppo tardi”. Scelta Civica punta a Renzi per evitare il voto, essendo calata dal nove per cento dello scorso anno al due per cento, Casini non sa che fare e sondaggi alla mano vuole ritardare le elezioni.

Ecco che Letta è rimasto senza alleati, senza partiti, senza maggioranza e senza governo, con i suoi ministri che stanno trattando la riconferma direttamente col segretario del Partito democratico. Eppure continua ancora a parlare di rilancio, presenta il logo di “Impegno Italia” e fantastica di un futuro che non c’è più. A 47 anni e con quattro importanti incarichi di governo alle spalle il “Letta nipote” avrebbe potuto mostrare maggiore senso delle istituzioni, magari andando a lezione dallo zio Gianni.