Il Fronte della Gioventù di eresia e d’avanguardia. La storia “mai raccontata” in un libro di Amorese

«La gioventù sa vincere, ma non sa conservare la vittoria», firmato Lawrence d’Arabia. È il distico che apre il  libro di Alessandro Amorese (edizione Eclettica) dal titolo Fronte della Gioventù. La destra che sognava la rivoluzione: la storia mai raccontata.  Il giovane autore, giornalista e scrittore toscano, la prima tessera del Fdg solo nel ’90, è il primo nel panorama editoriale a ricomporre le mille tessere del mosaico di una delle più grandi organizzazioni giovanili del dopoguerra. Il volume denso di testimonianze inedite, presentato in anteprima ad Atreju 2013,  è il frutto di un anno e mezzo di lavoro, un racconto «non di muscoli ma di cervelli» che intreccia l’evoluzione politica dell’organizzazione giovanile missina, troppo stretta nei recinti del partito, alle vicende umane in un percorso generazionale che parte dai primi anni ’80 (reduce dall’esperienza dei Campi Hobbit e della repressione del post-Bologna) e si ferma al 1995 con un occhio speciale al periodo 1990-95 che rappresenta la più grande novità espressa dalla destra politica italiana. Fu la stagione che vide in tutta Italia (da Roma a Verona, Bologna, Firenze, Siracusa, Reggio Calabria, Bari) un proliferare di sperimentazioni in campo politico e culturale e un mutamento antropologico dell’ideal tipo di destra. E la nascita di un nuovo movimento che fu l’avanguadia del partito, laboratorio permanente di progetti ereditati dalla successiva destra di governo. «Un dirigente periferico dell’Emilia Romagna mi ha detto di scrivere che fu come il Guf per il fascismo – racconta Amorese – non lo credo, ma l’ho scritto perché probabilmente a Modena fu davvero così». È un Fdg raccontato senza intenti autocelebrativi né fastidiosi tic autoreferenziali, parlano invece i fatti che ne fanno uno degli interpreti della fine del 900 italiano. Si parte dal congresso provinciale romano del 1982 che segnò il nuovo inizio con l’elezione di Gianni Alemanno nel nome dell’Autonomia giovanile, titolo del documento congressuale, con l’apporto decisivo della sezione Colle Oppio che “sponsorizzò” il futuro ministro e sindaco di Roma per superare la logica delle rissose e rigide correnti interne al Msi, viste come un bubbone e un freno a mano per i giovani. Sul fronte opposto Andrea Augello, rautiano doc che sfidava l’organizzazione ufficiale rappresentata da Fini.

«Era troppo importante per noi trovare una sintesi, non essendo né rautiani né almirantiani – spiega Rampelli – avevamo a cuore la ricostruzione del Fronte ed eravamo consapevoli che le condizioni storiche che si profilavano erano una irripetibili». «Alemanno – conferma Augello – si configura allora come l’uomo possibile della mediazione perché non spaventa le controparti ed è un ragionevole compromesso». Da quel “compromesso” nasce una giunta romana “fantastica” con Rampelli, Augello e i fratelli Buffo. Ma non finiscono le spaccature di un movimento diviso tra due correnti, due “mondi” che si tiravano le sedie ma che poi cantavano insieme il Domani appartiene a Noi. Oltre ai romani la  nuova generazione Effedigì vide protagonisti Marco Valle e Paola Frassinetti a Milano, Raffaele Zanon a Padova, Fabio Granata a Siracusa, Enzo Raisi a Bolgona, Nicola Pasetto a Verona, Carlo Ciccioli nelle Marche, Roberto Menia e Almerigo Grilz a Trieste. E molti altri.

Paolo Di Nella è il ritratto del nuovo militate frontino, certo nazional-rivoluzionario ma lontano mille miglia dall’identikit del neofascista. «Di Nella è un ragazzo del futuro», scrive Franz Maria D’Asaro sul Secolo d’Italia. Nel suo nome si gioca la scommessa del futuro, a partire dalla scelta sofferta di non rispondere con la violenza alla violenza, di lasciarsi alle spalle il buio degli anni di piombo appena trascorsi. L’uccisione del militante ecologista ante-litteram, impegnato per il recupero del parco romano di Villa Chigi, è uno spartiacque per il Fdg. Da allora nulla è più come prima: si comincia con il superamento degli opposti estremismi e si finisce a occuparsi di ambiente, anti-mafia, politica estera, di un patriottismo “differente” che non è nostalgia post-risorgimentale, di comunità, si legge il sociologo Toennies, si guarda alle analisi di Pino Rauti, al Fascismo immenso e rosso di Accame, all’eresia di Beppe Niccolai. Si torna nelle scuole e nelle università nel nome di un movimentismo capace di uscire dal ghetto e dalla mera testimonianza. E i fatti danno ragione ai pionieri del nuovo Fronte, che determinano un cambiamento di clima testimoniato dalle prime tiepide espressioni di solidarietà degli “altri” agli studenti di destra aggrediti, si sperimenta il dialogo con l’avversario (memorabile l’assemblea contro alla violenza alla Sapienza con ospite il compagno Duccio Trombadori). Nell’84 il successo della lista Fare Fronte per il contropotere studentesco (che adotta come simbolo la Croce Bretone) inaugura la stagione delle sigle parallele che fanno breccia nella società, un nome tra i tanti “Fare Verde” di Paolo Colli, anti-nuclearista doc.

Anche il linguaggio, persino i caratteri tipografici e la grafica, si trasformano: nell’84 appare il primo manifesto con l’immagine del gabbiano Jonathan Livingston con la scritta “per uscire dalla palude”, un anno dopo si entra a pieno titolo nel movimento dell’85 che vide in prima linea Marco Marsilio.  E ancora, in un crescendo di “esperimenti” che cominciano a interessare i media, che scoprono per la prima volta “una destra normale”, il sindacalismo goliardico (“inventato” dagli universitari guidati prima da Fabrizio Crivellari e poi da Marco Scurria), l’avanguardia “paninara” che fa tendenza a Milano, la straordinaria esperienza della Comunità giovanile di Busto Arsizio, ideata da Giovanni Blini morto in un incidente stradale al ritorno dalla Festa di Siracusa, ed ereditata da Luca Pesenti e Checco Lattuada. Il successo editoriale del mensile Morbillo prurito avventura (diretto da un “inconsapevole Adolfo Urso) con le sue provocazioni culturali, l’ingresso del Che (magari accanto a Nietzsche) nella nuova narrazione underground perché «tutti gli uomini di valore sono fratelli». Un viaggio lungo vent’anni che arriva alla generazione Meloni con i nuovi dirigenti nati negli anni ’80. «Non sono riuscito a trovare nessuno che si sia pentito degli anni di militanza, certo i delusi sono tanti», scrive Amorese nelle conclusioni. Anche le occasioni sprecate: ma questa è un’altra storia.