«I marò sono nel mio cuore, con forza li riporteremo a casa». Il “soldato” Pinotti esordisce con una bella idea…

Da assessore montava la guardia la notte a palazzo Ducale a Genova per tenere aperto il museo durante Capodanno assieme ad altri tre colleghi. Da deputato ha dovuto fronteggiare i no global genovesi che la assalirono durante un dibattito bombardandola di schiuma da barba spray e stelle filanti. Da ex-scout è più che abituata alle divise. Approdata alla Camera a 40 anni dopo una durissima campagna elettorale portata avanti parallelamente alla gravidanza – la seconda figlia, Marta, è nata 24 ore dopo la sua elezione – Roberta Pinotti è la prima donna-ministro al Dicastero della Difesa italiano rompendo un monopolio che sembrava inviolabile. Le sue prime parole, esattamente un’ora dopo che le agenzie di stampa hanno battuto la notizia della sua nomina a ministro della Difesa, sono state per i marò: «Sono nel mio cuore e nel cuore di tutti gli italiani. Dobbiamo con forza riportarli a casa, è una situazione ingiusta». Parole nette che marcano la differenza con i tentennamenti, i distinguo, le esitazioni dei governi precedenti. Cinquantatré anni, sposata, due figlie, ex-insegnante e senatrice del Pd, la Pinotti ha scalato tutta la “carriera politico-militare”: prima presidente donna della Commissione Difesa della Camera, sottosegretaria al dicastero di via XX Settembre, quindi insediata a Palazzo Baracchini da ministro, è stata responsabile nazionale per la sicurezza del Pd, poi ministro ombra della Difesa e infine capo del Dipartimento Difesa del partito.«I marò? Detenuti ingiustamente. Tutti i militari possono compiere errori ma esiste la giustizia militare italiana. Non possono essere accusati di terrorismo e non devono essere giudicati in un altro Paese». Parole che sono distanti anni luce dall’esitante e caotica gestione del caso da parte dei ministri precedenti. Decisionista – «non ci sono frontiere che le donne non possono superare» – assicura di sentire «con grande forza la responsabilità” che le è stata affidata e che, per questo, ce la metterà tutta per fare fronte alla «grande sfida» che l’aspetta.
Il mondo militare, che peraltro già la conosce bene, l’aspetta ora al varco su almeno un paio di questioni “interne” e su altrettante di politica industriale militare: il malumore che serpeggia per il blocco degli stipendi che da alcuni anni non fa corrispondere alle promozioni i relativi aumenti di retribuzione e la qualità della vita degli uomini con le stellette costretti a vivere in caserme spesso fatiscenti o litigandosi (i pochi) alloggi di servizio a disposizione. Ma, soprattutto, due rogne non da poco: la questione, spinosissima, dei caccia F-35 e l’obsolescenza della flotta della Marina Militare oltre al necessario ammodernamento dell’Esercito. Temi importati se non importantissimi. Ma, nell’immediato, la neo-ministra della Difesa dovrà confrontarsi, velocemente (e molto pragmaticamente) sulla questione marò passando dalle parole ai fatti.
Proprio lunedì la Corte indiana tornerà a riunirsi di nuovo e l’Italia, se si troverà di fronte ad ulteriori meline e rinvii, dovrà dire quel «basta» che da giorni rimbalza non solo nei palazzi ma anche e soprattutto fra i cittadini. Sarà qui che si vedrà, veramente, se Renzi e i suoi ministri, marcheranno la discontinuità con un passato fatto di esitazioni e timori reverenziali di fronte alle posizioni, altrettanto contraddittorie ed esitanti, della controparte indiana.
Cosa farà Renzi, in questo senso, assieme alla sua neoministra? Il presidente della Commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre, aveva lasciato intendere qualche giorno fa che Renzi aveva pronta una carta da calare sul tavolo. Quale che sia, certamente sarà supportato dal “maschile” decisionismo della Pinotti.