I discorsi di Obama sono ispirati alle teorie di uno scienziato fascista, Corrado Gini. E il Wsj si scandalizza…

Quando il presidente Obama si produce in importanti discorsi sulle diseguaglianze da eliminare si appoggia, per dimostrare la sua tesi, al cosiddetto “coefficiente Gini”. Si ispira a uno scienziato italiano, Corrado Gini, che aderì al fascismo. Un particolare che è stato di recente sottolineato da un columnist del Wall Street Journal, il quale ricorda ironicamente che l’economista preferito dal presidente Usa è un signore che scrisse nel 1927 un testo intitolato Le basi scientifiche del fascismo. La notizia è stata rilanciata da Repubblica, che ha ricordato come anche il neosindaco di New York, Bill de Blasio, abbia utilizzato le stesse statistiche sulle disegueglianze per la campagna elettorale che lo ha visto trionfatore.

Ma che cos’è il “coefficiente Gini”? In pratica è un indice che calcola le disegueglianze di grandezze quali reddito, ricchezza, voci di spesa. Un indice alto dimostra una forte disparità sociale, un indice tendente allo zero fotografa una situazione di equità sociale. Economisti di fama mondiale come Joseph Stiglitz fanno riferimento al coefficiente Gini per dimostrare, ad esempio, che le diseguaglianze sono un freno per la crescita e per il Pil. In pratica sembrerebbe che lo schema di Corrado Gini, nato centotrenta anni fa, nel 1884, a Motta di Livenza, sconosciuto al grande pubblico italiano ma non alla Casa Bianca, sia quello all’interno del quale nel 2014 ancora si muovono gli analisti economici per elaborare le loro ricette su ricchezza e benessere sociale. Il paradosso è semmai che il democratico Obama attinge alle scoperte del “fascista” Gini, mentre la destra americana è affezionata all’immagine dell’alta marea coniata da Reagan: più i ricchi sono ricchi più la società se ne avvantaggia perché la ricchezza, come l’alta marea, solleva tutte le barche, quelle piccole e quelle grandi.

Ma chi era questo scienziato ancora oggi così apprezzato? Gini contribuì all’affermazione della statistica moderna con i suoi studi fin dai primi del Novecento. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti e fu uno dei 18 saggi a cui Benito Mussolini commissionò la stesura della Costituzione fascista. Il testo The scientific basis of fascism fu pubblicato due anni dopo sulla rivista statunitense «Political science quarterly». Mussolini lo portò alla guida dell’Istituto di statistica e alle idee di Gini si ispirò per le sue politiche di incremento demografico. Pur non avendo mai appoggiato la deriva razzista del regime, Gini nel dopoguerra fu sospeso dagli incarichi accademici e processato per la sua adesione alle idee fasciste. In tribunale difese le sue prerogative di scienziato, sostenendo di avere solo analizzato le cause dei fenomeni, anche se di natura politica. La sua teoria sulla decadenza delle nazioni a causa del basso indice di natalità, prodotto da un benessere eccessivo, era del resto già formulata prima dell’ascesa al potere di Mussolini. Nel 1949 Gini potè dunque tornare a presiedere la Società italiana di Statistica fino alla morte  avvenuta nel 1965.