Governo Renzi in salsa rossa: un dalemiano all’Economia, il re delle Coop al Lavoro, salta la Bonino

«Puntiamo al 2018 ma puntiamo domani mattina a fare subito le cose che vanno fatte, altrimenti l’impressione è la conservazione per la conservazione». I propositi sono buoni, la squadra presentata dopo quasi tre ore di colloqui con Napolitano è invece deludente e senza particolari guizzi, se non per l’affermazione della parità di genere (otto uomini e otto donne): ma i nomi, quasi tutti, sono pescati dalla nomenklatura del Pd, tranne che per una rappresentante di Confindustria e per i confermati ministri del Nuovo centrodestra e montiani. Tra le sorprese, c’è sicuramente il siluramento di Emma Bonino, che paga anche i ritardi e le critiche per la gestione dell’affare Marò. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarà Graziano Del Rio, agli Esteri l’esponente del Pd Federica Mogherini, agli Interni resta Angelino Alfano, alla Giustizia va Andrea Orlando, ex ministro dell’Ambiente in quota Pd, alla Difesa Roberta Pinotti,  anch’ella Democratica. Tutto previsto anche al ministero dell’Economia, nel quale si insedia il fedelissimo di D’Alema Pier Carlo Padoan, tecnico già presidente dell’Istat, allo Sviluppo Economico va Federica Guidi, di Confindustria, alle Politiche Agricole il piddino Maurizio Martina, all’ Ambiente l’esponente di centro Gianluca Galletti, alle Infastrutture confermato Maurizio Lupi, al Lavoro si insedia il presidente di Legacoop Giuliano Poletti, all’Istruzione la montiana Stefania Giannini, alla Cultura l’ex ministro per i Rapporti col Parlamento Dario Franceschini, mentre Beatrice Lorenzin del Ncd non si muove dal ministero della Salute. Tra i dicasteri senza portafoglio, alle Riforme va la renziana Maria Elena Boschi, alla Semplificazione Mariana Madia e agli Affari Regionali il sindaco anti-ndrangheta Maria Carmela Lanzetta. «Ci sono degli elementi di continuità e degli elementi di discontinuità, monsieur de La Palisse non direbbe meglio», ha sottolineato Renzi, ringraziando, con un pizzico di ipocrisia, il premier uscente Enrico Letta.

La lista dei minsitri è un Manuale Cencelli tra le correnti del Pd. I ministri renziani doc sono Maria Elena Boschi, a cui non a caso è stato affidato il dicastero delle riforme e dei rapporti con il Parlamento; nonché Marianna Madia, alla quale tocca l’altro grande dossier a cui tiene il premier, la semplificazione e la Pa. Granziano Delrio non è un ministro ma sarà il suo braccio destro come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Fa il pieno anche Dario Franceschini che porta a casa il dicastero della Cultura per sè, e soprattutto due ministeri pesantissimi, come gli Esteri e la Difesa, per due donne: Federica Mogherini e Roberta Pinotti. Entrambe sono “fassiniane” a assieme all’attuale sindaco di Torino hanno appoggiato Franceschini sin dalle primarie del 2009. Andrea Orlando, confermato nella squadra ma con un cambio di Ministero, è un esponente dei “giovani turchi”, mentre il nuovo ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, è un bersaniano. Inaspettatamente entra nell’esecutivo una “civatiana”, Maria Carmela Lanzetta, ex sindaco anti-‘ndrangheta di Monasterace, che alla Direzione del Pd votò contro la proposta di cambiare governo. Anche i due tecnici, Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti fanno riferimento alla sinistra che giornalisticamente viene definita “dalemiana”: il primo da un punto di vista culturale, il secondo anche sotto un profilo professionale, visto che viene dal mondo delle cooperative dell’Emilia. Se il nome di Poletti indica un confronto con il mondo della cooperazione e del Terzo settore, l’attribuzione dello Sviluppo Economico all’imprenditrice Federica Guidi (il padre Guidalberto è stato vicepresidente di Confindustria) va interpretata come ricerca di dialogo con il grande mondo imprenditoriale.