Gioia Tauro, retata anti-clan: in manette un magistrato per contiguità con la ‘ndrangheta

La Polizia ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti ritenuti contigui alla cosca di ‘ndrangheta Bellocco, che opera nella Piana di Gioia Tauro. Tra loro c’è il giudice Gincarlo Giusti, già sospeso dalle funzioni, arrestato e posto ai domiciliari dalla squadra mobile di Reggio Calabria, condannato dal gup di Milano a 4 anni di reclusione il 27 settembre 2012: il giorno successivo aveva tentato il suicidio nel carcere milanese di Opera in cui era detenuto. Fu soccorso dalla polizia penitenziaria e poi ricoverato in ospedale in prognosi riservata. Successivamente aveva ottenuto gli arresti domiciliari.

Giusti, dal 2001 giudice delle esecuzioni immobiliari a Reggio Calabria e poi dal 2010 gip a Palmi, era stato arrestato per corruzione aggravata dalle finalità mafiose nell’ambito di una inchiesta della Dda di Milano sulla presunta cosca dei Valle-Lampada e, in particolare, in un filone relativo alla cosiddetta “zona grigia”. La Dda di Milano gli ha contestato di essere sostanzialmente a “libro paga” della ‘ndrangheta. In particolare, i Lampada, sempre secondo l’accusa, non solo gli avrebbero offerto “affari”, ma avrebbero anche appagato quella che il gip di Milano, nell’ordinanza di custodia cautelare, aveva definito una vera e propria “ossessione per il sesso”, facendogli trovare prostitute in alberghi di lusso milanesi. L’operazione contro la cosca Bellocco, denominata “Abbraccio”, è stata condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria. Le indagini sono state dirette dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto con il coordinamento del procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo e del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Nei provvedimenti restrittivi notificati a Giusti e ad altre sei persone vengono contestati, a vario titolo, i reati di corruzione in atti giudiziari aggravata dall’aver favorito una cosca di ‘ndrangheta e il concorso esterno in associazione mafiosa. L’accusa mossa dagli investigatori a Giusti, sulla base di intercettazione telefoniche ed ambientali, è l’ aver disposto una somma di 100 mila euro per disporre la scarcerazione di alcuni esponenti di spicco della cosca Bellocco. Il fatto, secondo l’accusa, risale al 27 agosto 2009 quando Giusti, in qualità di componente del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, dispose la scarcerazione di alcuni esponenti dei Bellocco contribuendo, così «al rafforzamento del programma criminoso» della cosca.