Expo 2015, i “lumbard” sul piede di guerra contro la mascotte di nome “Guagliò”

I leghisti un affronto del genere proprio non se l’aspettavano. Quel nome, “Guagliò”, di chiara matrice napoletana, ai lumbard dev’essere risuonato come un vero e proprio insulto. Il naso della mascotte dell’Expo di Milano, una testa d’aglio che va a formare con una serie di frutti e ortaggi un pupazzo che richiama il monello Arciboldo, simbolo dell’attesissimo evento, è stato ribattezzato a sorpresa “Guagliò”. Prima di Natale, Disney Italia aveva presentato una figura tipicamente arcimboldesca, composta dai singoli undici alimenti. Mancava solo il nome, o meglio, i nomi dei singoli elementi-alimenti che formano l’intera mascotte. Così gli organizzatori dell’Expo 2015 avevano deciso di aprire un contest online esclusivamente per i bambini. E i bambini hanno scelto il primo nome, per l’alimento aglio. Ma da quando si è diffusa la notizia sui social network è stato un tam tam di insulti: «Siamo stufi di spaghetti, camorra e mandolino, l’Italia è ben altro ed è ora di di farlo capire a tutto il mondo». Una scelta che ha fatto scendere in campo direttamente anche la Lega. «Il fatto che Milano e i lombardi – si legge in una nota della Lega di Monza e Brianza – debbano essere rappresentati davanti agli occhi del mondo, in una vetrina a rilevanza globale quale è Expo 2015, da una mascotte con un nome napoletano, è una stupida provocazione per guadagnare i titoli di stampa e l’ennesimo insulto all’identità lombarda». A caldo Matteo Salvini aveva commentato  piccato: «L’aglio della mascotte si chiamerà Guagliò? Allora mi dimetto da milanese».  Mario Giordano, su Libero, si è interrogato: «Al concorso hanno partecipato in tantissimi, è stato detto, in tutta Italia, dal Nord al Sud. Un po’ di più al Sud, evidentemente, ma che ci volete fare? Al Nord sono sempre così sgobboni che non hanno mai tempo per divertirsi». E da Napoli è arrivata la replica del governatore campano Stefano Caldoro: «Guagliò, a me la scelta piace. Un’occasione per unire e non per dividere». Ma la gazzarra leghista non si placa.