Due Pussy Riot “tradiscono” le femministe per Madonna: cacciate dalle “compagne”

Contrordine compagne: la spaccatura delle Pussy Riot è ormai ufficiale. Forse, molto ha contribuito la commentatissima detenzione di due di loro. E ancor più certamente, il resto lo hanno fatto le interviste e le dichiarazioni rilasciate dalle due compagne attiviste Nadia Tolokonnikova e Maria Alekhina, colpevoli – a detta del processo mediatico improvvisato dalle altre “anonime” componenti della band – di aver abbandonato l’ideologia «femminista e anti-capitalista» del gruppo. E tutto, neanche a dirlo, nel tentativo di prendere le distanze dalle due ex colleghe, oggi reprobe, che ieri sono salite sul palco assieme a Madonna, al concerto sui diritti umani, organizzato a nella “Grande Mela” da Amnesty International.

Ieri, si legge infatti nel blog, «abbiamo perso due amiche, due compagne di lotta». Oggi – a detta delle ex sodali di ribellione al sistema – due rinnegate che hanno abdicato al “politicamente impegnato” in nome delle luci della ribalta. E che ribalta: quella del nemico americano, espressione dell’Occidente più insidioso…Un nemico da blandire a suon di slogan, al grido di battaglia «Boicotta le Olimpiadi invernali a Sochi». E infatti, appena sbarcate all’aereoporto internazionale Jfk, Nadya Tolokonnikova, 24 anni, e Maria Alekhina, 25 anni, si sono presentate nella sede di Amnesty International, a Manhattan, per una conferenza stampa, sulle violazioni dei diritti umani in Russia, la loro prima apparizione pubblica negli Stati Uniti dall’uscita di prigione, avvenuta a dicembre dopo quasi due anni di detenzione. Poi, in serata, il grande evento: la partecipazione al concerto organizzato da Amnesty, a Brooklyn, per la campagna Bringing Human Rights Home, in difesa dei diritti umani, kermesse a cui hanno partecipato Madonna e altre star.

Roba da blasfemia propagandistica, oltre che un peccato di occidentalizzazione che l’ortodossia rivoluzionaria comunista non perdona. Un sacrilegio che sconfessa ogni fede anti-governativa professata fino quel momento dalle due ex rocker rivoluzionarie, e particolarmente difficile da condonare per le vecchie colleghe di rock e rivoluzione.

Curriculum macchiato, insomma? Sarà… Ma intanto, per non perdere smalto formale agli occhi del pubblico internazionale, le due Pussy Riot Maria Alyokina e Nadia Tolokonnikova, al New York Times hanno ribadito che: «Nessun dialogo è possibile con le autorità russe, come i fatti dimostrano continuamente», e che le Olimpiadi invernali non le vedranno esibirsi perché, «se uno va a Sochi, di fatto viene meno alle sue convinzioni e mostra di appoggiare il regime oppressivo di Putin». E non è tutto: tanto per tenersi in allenamento demagogico, dalle colonne del quotidiano francese Le monde, solo qualche giorno fa ribadivano di voler creare un’associazione in difesa dei prigionieri «ideologici», e di voler verificare quale sia lo stato delle prigioni negli altri Paesi. «In Russia – hanno detto le due dissidenti canore pronte a non perdere occasione per attacchi e provocazioni rivolte all’establishment politico e istituzionale di casa loro – i campi sono isole di totalitarismo in un paese autoritario. Vogliamo capire come il sistema funziona all’estero. Lo stato delle prigioni riflette lo stato di una società. Se vogliamo cambiare il nostro paese, dobbiamo cominciare col riformare questo sistema». Prove tecniche di campagna elettorale?