Da rottamatore a rammendatore. Renzi chiede la fiducia ai senatori prima di cancellarli. «Non ho l’età ma…»

Da rottamatore a rammendatore passando per il fanciullino di pascoliana memoria: Matteo Renzi non lascia mai i cronisti a secco di aggettivazioni. Dice di voler entrare «in punta di piedi» nell’Aula magnificente di Palazzo Madama per chiedere la fiducia, richiesta «che non va più di moda». Ma subito dopo Matteo Renzi prende la rincorsa, si scalda e non resiste alla tentazione di graffiare nel nome di quelle riforme radicali di cui si sente garante unico. Promette di parlare un linguaggio «ai limiti della brutalità» generando qualche brusio e qualche sbadiglio, poi gioca al fanciullino tutto candore e innocenza. «Non ho l’età  per sedere tra i senatori – dice il trentanovenne presidente del Consiglio citando Gigliola Cinquetti – ma non siamo qui per inseguire un record». Denuncia la burocrazia asfissiante che strangola il Paese, fa l’elogio dell’Italia che è fuori dal palazzo e dell’Europa dei padri, chiede al Parlamento di non fare melina («fatevi carico insieme a noi perché i tempi non sono più una variabile indipendente o non saremo credibili per nostri cittadini»). Poi, giacca sbottonata, una mano in tasca l’altra che impugna i fogli con il canovaccio dell’intervento, affila le armi con l’assalto al passato a cominciare proprio dalla cancellazione del Senato. «Vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia in questa Aula, non lo chiedo io ma lo chiede l’Italia:  è il momento di scegliere, o si ha il coraggio di scelte radicali oppure perderemo il rapporto con chi da  casa crede ancora nella politica». Completo blu, sorriso che spunta quando le parole si fanno urticanti, Renzi rivendica il cambio di verso, chiedendo di essere stimolato e incalzato dal Parlamento per portare l’Italia fuori dalle secche della crisi (« se avessimo prestato lo stesso ascolto ai mercati rionali di quello che abbiamo prestato ai mercati internazionali avremmo capito che il Paese ci chiede semplicità e chiarezza»).

«Abbiamo deciso di cambiare l’impostazione del governo perché pensiamo che fuori c’è un’Italia curiosa che vuole presentarsi bene, un’Italia che è avanti a noi», dice in un passaggio decisamente critico con il suo predecessore al quale dedica un pensiero fugace dopo la pugnalata alle spalle che resterà nei libri di storia. «Il cambio nel governo non può in alcun modo oscurare il governo precedente», dice dopo averlo mandato a casa, salvo poi riproporlo con qualche sbianchettatura. La retorica dell’ex rottamatore lascia il passo al decisionismo del neopremier che conferma l’ambiziosa agenda di governo impegnandosi a fare le riforme a tempo di record, a partire da quella elettorale sulla quale c’è un «accordo che va oltre la maggioranza», ribadisce strizzando l’occhio a Berlusconi che gli ha promesso un’opposizione costruttiva e dialogante. «Proponiamo che a marzo la riforma del Senato parta dal Senato e quella del Titolo V parta dalla Camera» dice. chiedendo ai senatori di mettere fine ai derby ideologici.

Quando parla di elezioni, «avremmo potuto votare ma….», viene interrotto dall’applauso canzonatorio dei banchi dei Cinquestelle. «Non abbiamo paura delle elezioni, noi, a differenza di qualche leader, siamo orgogliosi di essere democratici, di apprezzare le regole del gioco della democrazia», si riprende la parola Renzi punzecchiando Grillo. Tra i capitoli del libro dei sogni anche la riforma del fisco, della giustizia e della scuola. «Porteremo immediatamente alla vostra attenzione una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale con misure serie, irreversibili, che porterà già nel semestre 2014 risultati immediati». Prima del lavoro, che la minoranza interna guidata da Civati avrebbe voluto in pole position, per l’ex sindaco c’è la scuola. «Domani chiederò per lettera a tutti gli 8mila sindaci e ai presidenti delle Province superstiti il punto della situazione sull’edilizia scolastica, seguendo una suggestione di Renzo Piano, che ha parlato di rammendare i nostri territori, le nostre periferie. E’ un’espressione molto bella». Da rottamatore a rammendatore. Poi un finestra sulla cultura e un passaggio inevitabile sul caso dei marò  sul quale Renzi ha garantito il suo «personale impegno e quello del governo».