Affluenza flop per le primarie Pd. Fassina avverte il futuro premier: «In arrivo amare sorprese»

Seggi deserti, affluenza flop e contestazioni da Torino a Roma. Il day after delle primarie per i segretari regionali del Pd (si è votato in 14 regioni più la provincia di Bolzano) è un bollettino di guerra di un partito sull’orlo della crisi di nervi (e forse della scissione). Un partito che sembra provato dallo “strappo” della direzione di giovedì scorso al governo Letta. Regione per regione è un calo di affluenza impressionante. Nel Lazio, dove ha vinto Fabio Melilli, dai 120 mila del 2002 ai quasi 50 mila di quest’anno. A picco i votanti a Roma: nel 2002, quando uscì vincitore con oltre l’80 per cento Enrico Gasbarra, nella Capitale andarono a votare 40 mila persone. Quest’anno appena 12 mila, meno di un terzo. Idem in Liguria: i votanti sono stati 20.069 contro 87.000 del 2009. Stessa cosa in Piemonte: nei 350 seggi allestiti nei 1.206 comuni della regione, si è presentato il 20% dei sostenitori che lo scorso 8 dicembre erano andati a votare per Renzi. Specchio dell crisi interna le Marche, dove a votare sono andate 11.983 persone. Un crollo rispetto alle primarie anch’esse aperte dell’8 dicembre scorso Renzi-Cuperlo quando votarono 93.126 persone. «Tanto tuonò che piovve – ha commentato Luca Ceriscioli, sindaco di Pesaro, escluso dalla competizione – Quello che temevamo si è avverato: il flop delle primarie nelle Marche è sotto gli occhi di tutti. I numeri parlano chiaro. I voti registrati rappresentano il totale fallimento del percorso congressuale che con la giornata del voto ha subìto la sua totale delegittimazione. Mi auguro che il segretario Renzi tragga le dovute conseguenze».

E non sono mancate le tensioni. A Salerno il candidato Guglielmo Vaccaro (lettiano) ha occupato una sede del partito denunciando brogli mentre a Cosenza due dirigenti sono finiti addirittura alle mani. Rispetto alle primarie nazionali dell’8 dicembre l’aria insomma, sembra essere diversa, certamente più inquinata, e la cosa non sfugge a Pippo Civati che oggi si presenta come “unico oppositore” al progetto del suo ex alleato della Leopolda. Pochi votanti, «più che simpatizzanti, antipatizzanti, da quello che dicevano, non so se ci rendiamo conto di cosa facciamo», ha incalzato Civati dal seggio di Monza, continuando a rimarcare quel disagio che potrebbe portare un drappello di parlamentari Pd, al Senato soprattutto, ad optare per un no alla fiducia al governo che, di certo, certificherebbe una frattura con il resto del partito. Ancora più duro il commento dell’ex sottosegretario al governo Letta, Stefano Fassina. «La drammatica caduta di partecipazione alle primarie per l’elezione dei segretari regionali è il riflesso della brutale scelta avvenuta giovedi scorso in direzione nazionale con la sfiducia votata a Letta. Larga parte del popolo democratico non ha capito quanto avvenuto e ha inviato un chiaro segnale. Il Pd deve riflettere molto seriamente su quanto sta avvenendo e correggere la rotta prima di ricevere altre amare sorprese», avverte Fassina.