Addio a Gianni Borgna, l’assessore che guardò alla destra senza pregiudizi. L’intellettuale che la sinistra tenne fuori da Montecitorio

È morto Gianni Borgna, politico e intellettuale, 67 anni, assessore alla Cultura a Roma con le giunte Rutelli e Veltroni. Una brutta notizia che ha colto il mondo politico di sorpresa, perché pochissimi sapevano della malattia che lo aveva colpito due anni fa. Borgna aveva studiato al Mamiani, il liceo “rosso di lusso”, e poi si era laureato in Filosofia. Conoscitore raffinato della cultura “pop” (sua una approfondita Storia della canzone italiana che risale a metà degli anni Ottanta). Ha insegnato Storia e critica dei film alla Sapienza, a Tor Vergata è stato docente di sociologia della musica. Nel 2006 fu nominato presidente della Fondazione Musica per Roma, che gestisce l’Auditorium. Perché non fece mai il deputato è un mistero che sta nascosto tra i veleni del Pd, ma intuire le ragioni di questa scelta non è difficile. Forse era troppo libero. Forse era poco irreggimentato. Borgna era talmente libero da essere apprezzato dagli avversari politici quasi più di quanto non lo fosse nel suo mondo di provenienza. “È stato il miglior assessore alla Cultura che Roma abbia avuto nel dopoguerra”, dice Gennaro Malgieri, che con Borgna ha partecipato a numerose iniziative culturali. Borgna era anche amico di Giano Accame, con il quale fu “alleato” nella richiesta di una piazza a Roma intitolata a Giuseppe Bottai. In nome di un antifascismo che Borgna non condivideva, l’operazione fu silurata. Era il 1995. E l’allora assessore rutelliano dovette fronteggiare l’indignazione di chi, come Paolo Pietrangeli, parlò di affronto al movimento studentesco. Borgna commentò così, con la calma di chi sa tenersi distante dai furori ideologici: “Ma che c’entra? E dire che io nel ’68 ero a Valle Giulia, e rimasi pure ferito…”.

Fabio Rampelli, sulla sua bacheca Fb, lo saluta come avversario leale e gentile, capace di guardare alla cultura di destra senza pregiudizi. Con Adalberto Baldoni aveva firmato un libro a due mani su Pasolini tra destra e sinistra. Sono numerosissimi, nel campo della destra, quelli che gli rendono omaggio (come l’ex assessore alla Cultura Umberto Croppi) perché quel “comunista” mite e garbato che aveva studiato tanto rappresentava  l’avversario ideale, quello che si rende conto che i muri sono caduti. Quello che riconosce il senso di un’identità italiana da ricostruire oltre i tonanti e ridicoli slogan della propaganda. La sua politica culturale resta per Roma e per le forze politiche un modello, centrata su curiosità, approfondimento, consapevolezza del contesto post-ideologico cui sono approdate tutte le famiglie politiche del Novecento.

Sempre grazie a Borgna fu possibile nel 1997 visitare a Roma la mostra fotografica dedicata al popolo Nuba realizzata dall’artista tedesca in odore di nazismo Leni Riefenstahl. La ex diva ultranovantenne corteggiata da Goebbels apparve accanto all’assessore Borgna fasciata da un tailleur fucsia, capelli biondo platino perfettamente acconciati, parlando di Hitler come se fosse il maggiordomo cui la mattina si ordina di portare il cane a fare pipì. E Borgna sorrideva sornione, consapevole del gran colpo culturale messo a segno, incurante come al solito delle critiche che impietose arrivavano dal suo ambiente.

Borgna amava gli irregolari, e non disdegnava le “contaminazioni”, giudicandole non tradimenti dalla “linea” ma arricchimenti necessari. Nell’aprile 2013, firmò un articolo su D’Annunzio sul mensile Area, espressione di Fratelli d’Italia: “D’Annunzio e Pasolini sono oggi mal sopportati dall’establishment letterario – scriveva Borgna – proprio perché altri rispetto ai canoni ufficiali e consolidati, che vogliono i letterati chiusi nel loro studiolo a compulsare le sudate carte e mai immersi davvero nelle cose del mondo, nei problemi della società e della politica, se non in modo esteriore e quasi sempre banale. D’Annunzio e Pasolini, al contrario, gettarono il proprio corpo nella lotta, per usare proprio una famosa espressione del poeta friulano. Beninteso, lo fecero per fini diamentralmente opposti e con modalità profondamente diverse. Ma lo fecero, e questo è già qualcosa che li accomuna e che li pone in qualche modo sullo stesso piano. E poi non è un caso che tutti e due sono stati “amati” ma anche “odiati” dalle rispettive aree politiche e culturali, proprio per quella loro irregolarità che li portò a cercare un dialogo con la parte avversa”.

Prima ancora, nel 2007, in un’intervista al Secolo d’Italia, Borgna aveva sostenuto che “estrarre sempre la sciabola” è sbagliato, meglio “lavorare per ricostruire l’identità italiana”. Aveva, inoltre, demitizzato gli anni Settanta, periodo terribile, da non rivalutare in alcun modo. Aveva difeso le ragioni del dialogo, anche a costo di farsi accusare di buonismo. “Sarei una persona incolta e insensibile se non avessi apprezzato, quando li ho incontrati sulla mia strada, personalità culturali come Pound, Gentile o Céline, che sono stati il lievito della mia formazione”. Aveva infine sostenuto che era tempo di superare la pregiudiziale antifascista, meritandosi i rimbrotti dell’Unità.