Acque agitate nel vertice di maggioranza “a nove”. I paletti degli alfaniani a Renzi: «No a ministri pro-tasse»

Tu chiamali se vuoi, tatticismi. Comunque sia, il Nuovo Centrodestra alza la voce e detta le sue condizioni al vertice di maggioranza riguardo al programma di governo. Le criticità messe sul tappeto sono sostanzialmente due: tasse e giustizia. «A noi interessa mettere a punto un programmachiaro che preveda meno tasse sulle famiglie, sulle imprese, sui lavoratori», dice Angelino Alfano che alza il tiro e spiega il “no” di Ncd a un ministro dell’Economia che sia «particolarmente affezionato alle tasse», perché «la vera priorità in questo momento è la diminuzione delle tasse». Fiducia condizionata, dunque, prima il programma, dicono gli alfaniani, che si dicono non disponibili a fare semplicemente da stampelle di Renzi. «Abbiamo già il foglio Excel pronto, con l’indicazione precisa delle nostre priorità, i tempi di realizzazione e il responsabile degli obiettivi», spiega il segretario del Ncd, che cerca di giocare al meglio le sue chance e le sue “azioni” all’interno della maggioranza. Perché «se ci mettiamo d’accordo con Renzi e il Pd – spiega-  e poi nominiamo un ministro dell’Economia che magari in cuor suo non condivide una politica di radicale, contenimento della pressione fiscale e abbassamento immediato della pressione fiscale sulle famiglie, sarà un ministro messo al posto sbagliato: ecco perché a noi interessa prima intenderci sui programmi, non siamo favorevoli a un generico elenco di buone intenzioni». Anche il “no” secco a una patrimoniale è un altro punto fermo degli alfaniani. «Non vogliamo alla giustizia un giustizialista e non vogliamo all’economia qualcuno che sia particolarmente affezionato alle tasse. Qualcuno che ritenga che l’incremento fiscale sia una politica di sviluppo. La vera priorità in questo momento è la diminuzione delle tasse». Dai contenuti alle caselle governative il passo è breve: si discute intorno ai profili del nuovo ministro dell’economia e del prossimo Guardasigilli (e in controluce anche la casella del Viminale che il leader di Ncd vorrebbe conservare).

Altra questione posta in essere dal Ncd è quella di rimandare a dopo la riforma del Senato l’entrata in vigore di una nuova legge elettorale, di fatto rimandando le urne sine die. Il malumore è palpabile: «Vi è l’esigenza di definire alcuni temi come lavoro, fisco, famiglia ed economia», spiega il presidente Ncd Giorgio Schifani dopo il vertice durato circa due ore e mezza, rimarcando che «realizzare un governo tra Pd e Ncd, fra due aree diverse che si sono contrapposte in passato non è una cosa facile». Nella  vertice di maggioranza nell’ufficio del ministro Delrio, plenipotenziario del segretario pd in questa fase di trattative, da Scelta Civica arrivano valutazioni più accomodanti. «Non vedo drammi in vista – sottolinea il capogruppo dei deputati, Andrea Romano. Sulla stessa linea Marianna Madia, responsabile Lavoro per il Pd. Ma Lorenzo Dellai, capogruppo di Pi, mette il veto sulla politica «dei due forni»: «Va chiarito il rapporto fra la legge elettorale, le riforme e questo programma di governo – spiega -. Serve una sola maggioranza, non è positivo che ci siano due, una sul governo, una sulle riforme». Insomma, per ora si conclude con una fumata nera la prima riunione collegiale dei gruppi parlamentari disponibili a sostenere il governo Renzi, con Delrio a fare da raccordo fra le proposte di Pd, Ncd, Sc, Pi, Udc, Psi, Cd (che, uniti alle minoranze linguistiche di Sud Tirolo e Val D’Aosta raggiungono il ragguardevole numero di nove gruppi, inferiore solo all’Unione, la maggioranza che sosteneva il secondo governo Prodi formata da 14 partiti).