Vent’anni fa la nascita di An all’Ergife di Roma: fu quella la nostra Leopolda

Il ventennale della nascita di An, a leggere Marcello Veneziani su il Giornale, sembrerebbe  una ricorrenza triste e quasi ingombrante. «Me la ricordo quando nacque – scrive – fu un parto algido; fu più vivo il funerale al Msi». Maddeché ahò. Non so dov’era Veneziani quel 22 gennaio 1994. Ma l’atmosfera all’Ergife di Roma, quando si svolse l’Assemblea costituente di An,  era ben diversa da come lui la racconta. Magari un po’ caotica e spaesante. Questo sì. E, se vogliamo, anche un filino convulsa ed estemporanea. Ma negli occhi di quel “popolo” in embrione («da dove viene tutta questa gente?»: poi magari scoprivi che molti dei volti “nuovi”  erano entrati, almeno una volta nella loro vita, in una sezione del Msi, per approdare successivamente nella Dc o nel Psi) c’era, in quegli occhi, un non so che di febbrile, di eccitato, di incantato. Altro che algidità. Illusione, ingenuità? No, diciamo che ci credevano, ci credevano  insieme con quelli che venivano dal Msi. E che tutti insieme abbiamo continuato a crederci a lungo. E forse, nonostante tutto, non smetteremo mai di crederci.  Tra quelli che non ci credevano c’era sicuramente Veneziani. Perché Alleanza nazionale non gli è mai andata a genio. E lo si capisce anche da quello che scrive oggi.

Sicuramente eravamo più autentici e più ruspanti dei fighetti renziani, che oggi si ritrovano alla Leopolda. Nella nostra Leopolda, vent’anni fa all’Ergife, non c’erano né guru della comunicazione né esperti di marketing politico. C’era gente meno “cool”, ma più colta. C’era Domenico Fisichella, che era sempre stato di destra, ma non missino, e che ci spiegava quanto fosse necessario, nell’incipiente stagione del bipolarismo, darsi una bella ristrutturata ideologica. C’era il cattolico Rebecchini, Gentiluomo di Sua Santità. C’era il generale Ramponi. C’era Gustavo Selva, ex Radio Belva. E c’erano tanti altri, che sarebbe bello, ma troppo lungo, ricordare. Al dunque,  è valsa la pena credere in quel progetto. E siamo stati sul punto di costruirla davvero, la Nuova Repubblica; con il capo dello Stato eletto direttamente dal popolo, la fine del bicameralismo perfetto, il rafforzamento dei poteri del governo, un federalismo serio e non pasticciato, due Csm, la riduzione del numero dei parlamentari, il decongestionamento dei lavori parlamentari. Se solo non si fosse gettata al vento l’occasione della Bicamerale D’Alema nel 1998… Viene un po’ il groppo alla gola pensare che, dopo 16 anni, stiamo ancora parlando di legge elettorale, regionalismo bislacco, bicameralismo da mandare a farsi benedire.

Ma torniamo all’oggi. Veneziani si chiede dove siano finiti i 4 milioni di italiani (ma nel 1996 furono quasi 6) che votavano per Alleanza nazionale. E chi lo sa? Il problema è come ricominciare. L’editorialista de il Giornale non propone soluzioni. Probabilmente neanche gli interessano. Si limita a dire che «Fratelli d’Italia» sarebbe la una «lega di destra da Longanesi nel 1955» per poi aggiungere: «La Meloni è brava, ma non basta e loro si definiscono di centro-destra come Forza Italia e Ncd». Magari bastasse togliere la parola “centro” per fare centro. Magari bastasse presentarsi solo come “destra” (senza trattini) per far tornare all’ovile quei 4 milioni e passa di elettori. Il fatto è che molte cose sono cambiate in questi vent’anni, sia in Italia (dove l’immobilità è stata mortifera) sia nel mondo globalizzato (dove la velocità è stata destabilizzante). Per ripartire, occorre avere la consapevolezza che le illusioni di due decenni sono svanite. Ma occorre soprattutto riconquistare il senso della storia di An, ripercorrendola e analizzandola, nelle sue luci e nelle sue ombre, sapendo trarre da questa storia l’insegnamento (tutt’altro che trascurabile) che essa può offrire. Ripercorrere e riesaminare, serenamente, lucidamente e senza rancori.