Usa, la potente lobby dei produttori di marijuana dietro la legalizzazione a scopo terapeutico

Il Quartier generale è a Washington DC, il cuore del potere politico statunitense, là dove muovono le proprie pedine, con grande accortezza e uno straordinario senso degli affari, le lobbies più influenti degli Stati Uniti. E non è un caso che sul Portale internet gialloverde dell’NCIA, la potente organizzazione dei produttori industriali di cannabis, campeggi in primo piano l’inconfondibile skyline a cupola in stile neoclassico del Campidoglio che domina la Capitale degli Stati Uniti dall’alto di Capitol Hill.
E’ da qui che la National Cannabis Industry Association tira le fila di un business da un miliardo e mezzo di dollari e destinato a crescere nei prossimi anni con percentuali esaltanti.
Lobbisti puri, Steve Fox e Aaron Smith, i due cofondatori dell’NCIA, hanno, alle spalle, un curriculum di tutto rispetto nei gruppi di pressione che hanno portato, uno dopo l’altro, moltissimi Stati americani a legalizzare la cannabis a uso terapeutico e non.
Capo lobbista dell’Ncia, una laurea in giurisprudenza a Boston, Fox è un veterano di queste battaglie che ha iniziato in una piccola organizzazione no profit per poi scalare via via la celebrità con un best seller dal titolo inequivocabile “La marijuana è più sicura: perché stiamo portando le persone a bere?”. E’ lui il deus ex machina che ha portato al successo l’iniziativa di liberalizzazione in Arizona nel 2010 e poi in Colorado nel 2012.
Più o meno simile la storia di Aaron Smith che è partito da un piccolo gruppo in California per poi muoversi con grande scioltezza su due versanti mettendo a frutto le sue notevoli capacità persuasive: da un lato costruendo coalizioni trasversali fra i politici di diversa appartenenza, dall’altro tessendo rapporti con i media più prestigiosi che hanno ospitato volentieri i suoi articoli in difesa della marijuana: dal San Francisco Chronicle al Los Angeles Times fino al prestigioso NYT sulla sponda opposta degli Stati Uniti.
Dove puntano nell’immediato i produttori americani di marijuana è ben chiaro dalle più recenti bandierine piazzate sulla carta geografica degli Stati Uniti: una ventina di Stati hanno già legalizzato la canapa indiana a uso terapeutico. Fra questi, California, Colorado, Washington e New Jersey. In dirittura d’arrivo c’è, con molta probabilità l’Oregon.
Ma è lo Stato di New York a fare la vera differenza.
Qui, dove fino ad oggi il possesso e lo spaccio di droga sono severamente puniti senza tanti complimenti, si sta per aprire la diga. La svolta, davvero epica, la annuncerà, probabilmente domani, il governatore italo-americano Andrew Cuomo che ha deciso di allinearsi agli altri Stati che hanno già deciso in tal senso. I binari su cui correrà questa innovazione “socio-sanitaria” sono sempre quelli della modica quantità e dell’uso terapeutico.
Secondo chi conosce bene le dinamiche della politica statunitense il grande annuncio – che tanto la National Cannabis Industry Association ha atteso e solleticato bussando a tutte le stanze del potere – potrebbe arrivare domani perché domani arriverà ad Albany, la Capitale dello Stato, il vicepresidente americano Joe Biden. E giacché stiamo parlando di business e, quindi, di marketing, il Board dell’NCIA sa di aver giocato bene le sue carte così come Cuomo al quale i sondaggi elettorali commissionati hanno riportato un dato che ha il valore di una grossa pepita per un politico pronto a buttarsi lì dove c’è più consenso: l’82 per cento dei newyorkesi è favorevole alla marijuana curativa. Da lì a prendere la decisione conseguente il passo è stato brevissimo: venti ospedali dello Stato – questo il piano messo a punto dai consiglieri di Cuomo – potranno prescrivere marijuana ai pazienti affetti da cancro, glaucoma o altre malattie che rientrano in alcuni standard definiti dal Dipartimento della Sanità della città.
Cosa ben diversa da quanto stabilito dalla California, dove non è necessario che si sia affetti da problemi gravi, o, ancor più, dal Colorado, dove la marijuana è consentita per uso ricreativo.
Quel che è certo è che il Consiglio della National Cannabis Industry Association inizia a vedere sempre più vicini gli obiettivi a lungo termine che si è dato: ottenere, per i produttori di marijuana, le stesse garanzie bancarie delle altre imprese. E, soprattutto, riformare il codice fiscale federale per avere poi la garanzia di detrazioni fiscali. Business is business.