Totò Riina, intercettato in carcere, minaccia di uccidere il pm Di Matteo: «L’ultimo se mi riesce sarà il più grosso…»

«E allora organizziamo questa cosa! Facciamola grossa e dico non ne parliamo più». Il carcere e l’età non hanno spento i proposti sanguinari di Totò Riina. Ottantatré anni e in cella da ventuno Totò “u curtu” mantiene intatta la sua crudeltà che per la quale gli era stato affibbiato il soprannome “la belva”. Rinchiuso nel carcere Opera di Milano anche durante l’ora d’aria programma stragi e medita vendette. Il 16 novembre scorso progettava con il capomafia della Sacra corona unita Alberto Lorusso un attentato al pm Nino Di Matteo. La conversazione è stata depositata agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. «Perché Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora se fosse possibile – prosegue il boss – un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari». E poi: «Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Questo pubblico ministero di questo processo che mi sta facendo uscire pazzo».  Simulando il suono di un’esplosione dice: «L’ultimo se mi riesce sarà più grosso… se mi ci metto con una bella compagnia di anatroccoli. Così chi peschiamo, peschiamo e non se ne parla più. Non devo avere pietà di questi, come loro non hanno pietà». Il boss fa anche ironia sulla strage in cui fu ucciso il giudice Rocco Chinnici, saltato in aria per l’esplosione di un’autobomba il 29 luglio del 1983. «Quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il procuratore generale di Palermo». Il capomafia corleonese, intercettato, descrive quell’esplosione che fece  sbalzare in aria il magistrato facendolo poi ricadere a terra. «Per un paio d’anni mi sono divertito. Minchia che gli ho combinato», prosegue. E ancora: «Dobbiamo prendere un provvedimento per voialtri – dice Riina come se parlasse ai magistrati – uno che vi fa ballare la samba così che vi fa salire nei palazzi e vi fa scendere come vuole, come se fossero formiche». Una strategia ben precisa che ha subito fatto rafforzare la tutela al massimo livello per i magistrati siciliani e i loro familiari. Ai dispositivi di protezione personale, a come migliorarli ed allo stato del rischio per le toghe in prima linea nella lotta a Cosa Nostra è stata dedicata oggi al Viminale una riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Presenti i vertici di forze di polizia e intelligence, i prefetti di Palermo e Trapani e magistrati di Palermo, Caltanissetta e di Trapani. Una riunione che fa seguito a quella che si è svolta a Palermo il 3 dicembre scorso in cui fu proprio Alfano a paventare il rischio di una ripresa della strategia stragista della mafia. I magistrati nel mirino – in primis il pm di Palermo Di Matteo, nonché l’aggiunto Teresa Principato, che coordina le indagini per la cattura di Matteo Messina Denaro – godono già di un dispositivo di tutela di primo livello, il massimo possibile. Per il primo è previsto anche l’uso dell’elicottero per una maggiore sicurezza dei suoi spostamenti. Lo stesso pm nelle scorse settimane aveva rifiutato la proposta di usare addirittura un Lince (il blindato impiegato dai militari in Afghanistan) per muoversi.