Terrorismo, fermate in Russia 365 persone armate dopo gli attentati di Volgograd

Settecento fermati per violazioni amministrative, più di metà dei quali trovati con armi di vario genere. È il risultato della maxi-operazione “Vortice” lanciata a Volgograd subito dopo il doppio attentato terroristico del 29 e 30 dicembre scorso che ha provocato 34 vittime e circa cento feriti – cinque dei quali versano ancora in gravi condizioni – a sei settimane dall’apertura dei Giochi Olimpici invernali che ospiterà la città di Sochi.
Le indagini hanno preso subito una direzione ben precisa identificando immediatamente i terroristi come provenienti dal Caucaso. «Ci sono stati discreti passi avanti nelle indagini sugli attentati», ha rivelato un portavoce del Comitato investigativo russo. E fonti vicine agli inquirenti hanno riferito all’agenzia russa Interfax che gli attentatori suicidi «sono stati addestrati nel Caucaso settentrionale e sono arrivati poi a Volgograd evitando i controlli di polizia, probabilmente utilizzando sentieri e percorsi fuoristrada».
E non è un caso che l’operazione “Vortice” si sia concentrata soprattutto su persone provenienti da quell’area geografica. Sono state passate al setaccio 2.500 abitazioni, controllate 6 mila zone a rischio, 37 capolinea degli autobus e la stazione ferroviaria. Molte delle persone fermate, infatti, provengono proprio dalle regioni del Caucaso e dall’Asia centrale.
Proprio mentre il ministero dell’Interno russo snocciolava i dati sull’operazione “Vortice”, si svolgevano, contestualmente, i funerali dell’agente che il 29 dicembre è morto nella strage alla stazione ferroviaria di Volgograd, proprio nel tentativo di fermare l’attentatore.
Le riunioni che si stanno svolgendo da giorni sui due attentati stanno mettendo in luce alcune criticità nell’organizzazione dei sistemi antiterrorismo russi che, in qualche caso, hanno certamente tenuto limitando i danni da un lato ma non impedendo agli attentatori di portare comunque a compimento i loro propositi mortali.
Nel caso dell’attentato alla stazione stanno emergendo ulteriori particolari grazie anche all’esame delle telecamere di controllo posizionate proprio di fronte alle macchine radiogene e ai varchi dei metal detector per i controlli antiterrorismo. Appare chiaro che la kamikaze, Oksana Aslanova, 26 anni, originaria del Daghestan, la regione in cui si concentrano i gruppi jihadisti russi, puntava a far esplodere la bomba lì dove poi è effettivamente esplosa. Se fosse esplosa dopo i controlli di sicurezza le vittime sarebbero state molte di più ma la kamikaze aveva evidentemente ben chiaro che i controlli ai metal detector l’avrebbero fermata.
La Aslanova era considerata una delle cosiddette “vedove nere”, utilizzate come kamikaze sempre più spesso negli attentati portati in seno alla Russia.
E due presunti ribelli sono stati uccisi dalle forze dell’ordine russe in un’operazione antiterrorismo nel Caucaso del nord. I due si sarebbero asserragliati in un appartamento a Khasaviurt, in Daghestan, assieme a una donna e a un bambino. Al piccolo è stato permesso di lasciare l’appartamento e mettersi in salvo, la donna si è invece rifiutata di andare via.