Strage di Cassano, spunta la cosca dei rom dietro all’uccisione del bimbo di 3 anni

A 3 anni le aveva viste tutte: il carcere, le udienze dentro le gabbie assieme ai detenuti, la madre, il padre, il nonno e una zia condannati per droga e arrestati. Una vita brevissima, segnata da continue tragedie familiari e terminata dentro la carcassa di una Fiat Punto che arde per ore e ore nelle campagne di Cassano Jonico in provincia di Cosenza, per mano della criminalità organizzata.
L’orrore per l’ultimo atto di una violenza inaudita contro un bambino di 3 anni “colpevole” di aver, con molta probabilità, assistito all’omicidio del nonno che l’aveva portato con se all’appuntamento con i suoi aguzzini, scuote l’Italia. Fanno fatica a parlare persino il magistrato e il vescovo. Che non sanno darsi pace per questo triplice delitto che coinvolge un bambino.
Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruire cos’è davvero accaduto lì, dietro a una masseria abbandonata in una zona impervia e nascosta di Cassano allo Jonio, in contrada Fiengo, sotto la croce di quel campanile di una cappella di campagna che non ha fermato la mano degli assassini. Chissà se mentre andavano via, mentre la macchina ardeva con i corpi delle tre vittime, si sono voltati a guardare incrociando con lo sguardo quella croce?
L’esame del Dna che i carabinieri del Ris stanno portando a termine è, alla fine, solo una formalità. Perché tutti hanno oramai chiaro con drammatica certezza a chi appartengono quei tre scheletri carbonizzati. Quel che è certo è che la macchina ha bruciato per ore consumando i tre cadaveri fino a renderli completamente irriconoscibili. Una modalità che lascia intravedere la mano delle cosche locali, dei terribili clan degli zingari di etnia rom che già in passato hanno compiuto altri scempi terribili. Tanto che accanto alla Procura di Castrovillari è entrata in campo anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.
Li cercavano da giorni, Giuseppe Iannicelli, 52 anni, sorvegliato speciale, il suo nipotino di tre anni che gli era stato affidato dai giudici perché i suoi genitori, entrambi, erano in carcere per vicende di droga, e Ibtissam Touss, marocchina ventisettenne che, da qualche tempo, aveva intrecciato una relazione con il pregiudicato.
Li cercavano dovunque, da giovedì quando erano improvvisamente scomparsi, perfino fuori dalla Calabria. E invece erano lì, non lontani da casa, uccisi e poi dati barbaramente alle fiamme all’interno della Fiat Punto.
Da tre giorni la coppia e il bambino sembravano svaniti nel nulla. Erano stati il fratello e uno dei figli di Iannicelli a lanciare l’allarme dopo che l’uomo, con alle spalle anche una condanna ad otto anni finita di scontare da poco più di un anno per reati di droga, non aveva fatto rientro a casa con la compagna e il piccolino.
Da quando aveva riacquistato la libertà Iannicelli sembrava deciso a rispettare le regole. Per questo il mancato rientro a casa, previsto per le 20, aveva messo giustamente in allarme i parenti.
Ora gli investigatori, che pure scandagliano tutte le piste, sembrano decisamente orientati verso l’ipotesi di una vendetta legata alla criminalità organizzata che gestisce il traffico
della droga nella zona. L’intera famiglia di Iannicelli è, infatti, rimasta coinvolta in questo “business”: il capofamiglia è stato condannato a otto anni ed è uscito dal carcere, per fine pena, poco più di un anno fa. La moglie di Iannicelli è in carcere per droga. La figlia e il genero sono tuttora detenuti in carcere per vicende di droga. Un’altra figlia, Simona, è attualmente agli arresti domiciliari per le stesse vicende. Per questo gli investigatori sono propensi a ritenere che lo scenario nel quale inquadrare il terribile triplice omicidio è quello di una vendetta, forse nel corso di un incontro per discutere la spartizione dei proventi dello spaccio.
Iannicelli avrebbe portato con sè all’appuntamento la giovane donna marocchina donna ed il nipote convinto, così, di tutelarsi. Una precauzione che non ha fermato gli assassini. Che hanno portato a termine la strage senza alcuna remora. Lo stesso procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio, che coordina le indagini, è sgomento: «Come si fa – si attonito – ad uccidere un bambino di tre anni in questo modo? Si è superato ogni limite. E’ qualcosa di inaudito, di orrendo. In tanti anni di lavoro credo che questo sia uno degli omicidi più efferati di cui è toccato occuparmi».
Anche il Vescovo di Cassano allo Jonio, monsignor Nunzio Galatino, segretario generale ad interim della Conferenza Episcopale Italiana, fatica a trovare le parole: «Sono sgomento – ha detto il presule che ha assistito,  in preghiera, al recupero dei resti delle vittime, tra cui il  bimbo di tre anni –  per il livello di efferatezza raggiunto da chi ha consumato questo delitto. Come si può dar fuoco a una macchina sapendo che lì dentro vi sono delle persone e, tra queste, un bambino? Come si può non sentire il pianto di un bambino? Come si può? Non parlate di comportamento bestiale. Facendolo, offendiamo le bestie. Sconfitto perché la sconfitta è di tutti, soprattutto di quanti continuano a girare alla larga dal disagio morale, oltre che economico e sociale nel quale si vive accanto a noi. E’ una sconfitta anche per quanti nella nostra comunità ecclesiale continuano a pensare che basta una serie di cerimonie ben fatte per sentirci a posto. Il Signore ci interpella anche attraverso i resti carbonizzati delle tre vittime che ho visto estrarre dalla macchina data alle fiamme. E’ anche quella Parola di Dio”.
Ora sono in molti a ricordare quel bambino che, a due anni, era rimasto in carcere, a Castrovillari, per oltre un mese insieme alla madre reclusa. Era stato il leader del movimento Diritti civili, Franco Corbelli, un anno fa, poco prima di Natale, ad avviare una battaglia per fare scarcerare la madre della piccola vittima. Che, ricorda oggi Corbelli, «era rimasto, per 8 ore, al freddo, chiuso nella gabbia dell’aula bunker del tribunale di Castrovillari insieme alla mamma, presente ad una udienza del processo che la vedeva imputata». La vicenda aveva indotto i giudici del tribunale di Castrovillari a consentire alla madre e al piccolo di lasciare il carcere il 22 dicembre 2012. Ma, subito dopo, il nuovo arresto della madre che non aveva rispettato gli obblighi imposti dal Tribunale. Qualche giorno fa il tragico epilogo. Sotto quella croce di quel campanile di campagna.