Stamina, indagati Vanoni e altri 19. Si apre la guerra fra magistrati sul metodo di cura

Si apre la guerra nella magistratura fra la Procura di Torino e i moltissimi magistrati che in tutta Italia hanno autorizzato i trattamenti di Vannoni sancendo il diritto alle “cure compassionevoli” per quei malati che hanno fatto ricorso alla giustizia richiedendo e, in molti casi, ottenendo, di poter accedere alle infusioni. Uno scontro che era nell’aria ma che ora prende il volo dopo la decisione della Procura di Torino di indagare altre otto persone, fra cui Davide Vannoni, professore associato di scienze cognitive e presidente della Stamina Foundation, oltre alle 12 persone alle quali già aveva inviato l’avviso di chiusura indagine nell’agosto 2012.
Il pm Raffaele Guariniello, infatti, aprì il fascicolo nel 2009 e lo chiuse una prima volta nel 2012 con una dozzina di indagati, per poi riaprirlo. Ora sta aspettando gli esiti degli ultimissimi controlli disposti nei giorni scorsi, per poi recapitare gli avvisi di conclusione delle indagini agli otto che mancano all’appello. Ma già ieri aveva preannunciato che «siamo in dirittura d’arrivo».
Nel mirino della magistratura torinese ora finiscono, oltre a Vannoni, le stesse persone che fanno riferimento agli Spedali Civili di Brescia e alla Regione Lombardia sui quali, poco prima dello scorso Natale, gli ispettori inviati dal pm Raffaele Guariniello avevano svolto approfondimenti.
Vannoni è indagato, oltre che per somministrazione di farmaci imperfetti ed esercizio abusivo della professione medica, anche per violazione della legge sulla privacy perché sul profilo Facebook della Fondazione è stato pubblicato un video – che il Garante per la privacy ha chiesto ieri a a YouTube di rimuovere – con i presunti miglioramenti di una bambina torinese di quattro anni dopo le infusioni di cellule staminali. La famiglia della piccola si era rivolta alla trasmissione televisiva di Rai Tre “Presa Diretta” e, di fronte alle telecamere, aveva sostenuto di avere pagato 50mila euro per infusioni praticate a Trieste senza che poi ci fosse stato alcun cambiamento.
YouTube ha rimosso in tempo reale, dopo la richiesta del Garante, il video «perché i contenuti hanno violato i termini di servizio» ma, dal canto suo, Vannoni replica: «Non ho mai effettuato visite mediche su quella bambina e non sono stato io a diffondere per primo il video che ritrae la piccola, l’ho semplicemente ripreso da alcuni comitati pro-Stamina».
Vannoni si dice perplesso dall’avviso di garanzia: non capisco «su cosa poggerebbe l’accusa a mio carico per esercizio abusivo della professione medica, non posso fare visite mediche e non le ho effettuate sulla bambina: le domande che pongo alla mamma (nel video rimosso da youtube, ndr) riguardano alcuni parametri indicatimi da Andolina per verificare se vi fossero miglioramenti relativamente alla sua patologia».
«Mi stupirebbe – dice Vannoni – se dei medici fossero indagati per il solo fatto di aver espresso la propria opinione». Il riferimento è ad alcuni medici come Marcello Villanova e Imma Florio, che hanno in cura alcuni dei pazienti trattati a Brescia con il metodo Stamina e , diverse volte, hanno parlato elle loro condizioni di salute. «Il fatto poi che Villanova sia fatto passare per un fisioterapista quando ha oltre 200 pubblicazioni sulla Sma è assurdo», sottolinea il presidente di Stamina Foundation che, sull’ipotesi di un eventuale rischio che a Brescia si determini, per le conclusioni dell’inchiesta giudiziaria in corso a Torino o per altre circostanze, uno stop definitivo delle infusioni ancora praticate, è draconiano: «E’ possibile, ma sarebbe un insulto non solo ai pazienti ma anche alla giustizia, perché ci sono sentenze dei giudici che danno diritto a proseguire le cure».
Villanova, da parte sua, interpellato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.
Le indagini della magistratura stanno procedendo su più direttrici: una riguarda la presunta inefficacia o dannosità delle infusioni praticate ai pazienti. In seconda battuta, i magistrati torinesi si stanno concentrando sulle somme che gli esponenti della Fondazione avrebbero chiesto, a diverso titolo, a persone disperate per le proprie condizioni di salute o per quelle dei propri cari. Un terzo aspetto riguarda l’uso di denaro pubblico per somministrare la terapia in strutture pubbliche e le modalità con le quali si è giunti alla somministrazione. E qui entra in gioco lo scontro con il resto della magistratura che ha autorizzato le cure.