Si chiama “nuovismo” la malattia infantile del renzismo

L’Italia è sempre sul punto di morire di qualcosa: ieri di partitismo, quindi di secessionismo, infine di spread ed ora di nuovismo. Il gusto per l’eccesso è impresso nel nostro carattere nazionale ed è grazie (o per colpa di) ad esso che spesso e volentieri oscilliamo tra poli ed opzioni opposti. Solo un paio di decenni fa eravamo governati da una gerontocrazia che in termini di inamovibilità dal potere nulla aveva da invidiare a quella sovietica dei Gromiko e dei Breznev mentre ora i cinquantenni in politica ci fanno addirittura schifo mentre gli over quaranta puzzano già di naftalina. Vero che al Quirinale veglia un quasi novantenne, ma non v’è regola senza eccezione ed in ogni caso una rondine non fa primavera.

Ma tant’è: ormai si sprecano i commenti, le opinioni e persino le dotte analisi su Matteo Renzi, sul suo look, sulla sua bicicletta e sulle sue battute. Raramente, tuttavia, vengono passate in rassegna le sue proposte e/o le sue soluzioni. Il job act (il nuovismo impone l’uso dell’inglese per ammodernare i concetti), cioè il progetto di riforma del mercato del lavoro messo a punto dal segretario del Pd, ha occupato sui giornali meno spazio dell’ormai celebre “Fassina chi?“, a conferma che per ottenere un titolo è meglio ricorrere ad una battuta che partorire un’idea. Il fatto che poi siano gli stessi giornali a lamentare l’assenza di un dibattito vero o – come si diceva un tempo – di un costruttivo confronto sull’agenda del Paese è solo un piccolo dettaglio che contribuisce a rendere gli italiani ancor più incomprensibili agli occhi degli altri.

Il nuovismo ha regole ferree e implacabili. Chiedere per conferma ad Enrico Letta, passato in pochi messi dall’essere salutato come il più giovane premier della Seconda Repubblica a forzato ospite nell’anticamera della rottamazione. Più o meno lo stesso beffardo destino calato su Alfano, che già prima di vedersi neutralizzato dall’effetto Renzi era stato anagraficamente insidiato dai “pulcini” del vivaio di una scalpitante Santanché pronta persino ad attingere candidati dall’asilo infantile pur di disarcionarlo dal ruolo di coordinatore della rediviva Forza Italia. Insomma, c’è sempre uno più nuovo che può rottamarti. Viene in mente il vecchio Nenni quando ammoniva i duri del suo partito, il Psi, a non fare sfoggio di purezza ideologica o morale: “Tanto – avvertiva – alla fine arriva sempre uno più puro che ti epura”. Ed è davvero così. Meccanismi che riconducono il tutto ad uno – nel caso del nuovismo al certificato di nascita – finiscono per mettere in modo una dinamica dagli esiti imprevedibili. Un po’ come nella concatenazione degli eventi nella Fiera dell’Est, metafora biblica della storia del popolo ebraico immortalata da Angelo Branduardi. Ricordate? Si comincia con un topolino comprato per due soldi e si finisce in uno scenario apocalittico passando per un gatto, un cane, un bastone, il fuoco, l’acqua, un toro ed un macellaio punito per la sua ingordigia dall’Angelo della morte.

Inutile, tuttavia, meravigliarsi più di tanto. Ogni fase di cambiamento – e la nostra lo è – contiene necessariamente un’esigenza catartica verso tutto che ciò che è preesistente. È logico, del resto: se il nuovo è bene, il vecchio è necessariamente il male. “Giovinezza, giovinezza (…) della vita nell’asprezza il tuo canto squilla e va”, cantavano orgogliosamente i fascisti in marcia su Roma quasi a rivendicare la loro estraneità anagrafica prima ancora che ideologica o culturale nei confronti dei cascami del giolittismo morente e dell’intera classe dirigente liberale. Le “camicie nere” si sentivano davvero altro rispetto all’Italietta che si era lasciata umiliare sulla vicenda fiumana dopo aver contribuito in misura determinante ad affossare gli Imperi Centrali nel primo conflitto mondiale. Più che normale, quindi, che volessero rottamarla e sostituirla con un’Italia “romana”.

Il mito dell’uomo nuovo è antropologicamente latino, mediterraneo, perché quasi mai chi lo incarna si afferma per via ordinaria all’interno di uno schema condiviso, tipico delle democrazie nordiche ed anglosassoni. Anzi, c’è una forte componente di abilità personale nella rottura di questi stessi schemi. In politica, a sedurre è il teppista e non chi si conforma pedissequamente alle regole del gioco. Renzi il gioco lo ha capito e si è messo sulla cresta dell’onda. Che riesca a restarci è tutto da dimostrare. Lo ha già invece abbondantemente dimostrato Silvio Berlusconi. Ma prima o poi pure lui dovrà invecchiare.