Shock a Rapallo: le tolgono la figlia perché ha uno “stile di vita parassitario”

Bisognerebbe conoscere bene tutti i dettagli per dare un giudizio non affrettato, ma certo, per come emerge dai racconti e dalle ricostruzioni, la vicenda di una bambina sottratta a una madre sola a Rapallo suscita molte perplessità. La piccola, di quattro anni, è stata prelevata da agenti in borghese e assistenti sociali mentre si trovava all’asilo. Secondo il giudice di pace di Genova, che ne ha disposto il trasferimento in una casa famiglia, la madre avrebbe uno stile di vita «parassitario» che, si legge nell’ordinanza, mette la figlia «in condizioni di indigenza ed emarginazione, che ne mettono a rischio la salute psicofisica e le prospettive evolutive». Secondo i giudici, questo stile di vita nel tempo è stato «instabile, precario, alieno all’assunzione di fattivi impegni e parassitario rispetto ai sostegni ottenuti». Nell’ordinanza si legge ancora che la donna, che ha 38 anni ed è di origine rumena, «ha dimostrato in questi anni un livello di grave inadeguatezza e irresponsabilità genitoriale, non mettendosi in grado di provvedere autonomamente al mantenimento e alla cura della figlia nonostante i molti e cospicui sostegni offerti». In più, secondo il giudice, la donna ha dimostrato «grande ambivalenza affermando di condividere i vari progetti che le sono stati proposti, salvo poi opporsi recisamente quando erano state già trovate e impegnate le risorse». In sostanza, la madre avrebbe approfittato dei servizi sociali per vivere alle spalle dello Stato, operando «una strumentalizzazione della bambina» per «pretendere di ottenere una casa comunale e benefici di vario genere». Un passaggio, quest’ultimo, che appare sconcertante, perché ci si domanda a chi, se non a una madre sola in difficoltà, debbano andare una casa comunale e i “benefici” offerti dal welfare. Ciò che più di tutto fa riflettere, però, è il quadro che emerge dalle testimonianze di chi con la bambina è stato a contatto ogni giorno, come il personale dell’asilo. «Siamo caduti della nuvole. È una bimba socievolissima e ben integrata», ha spiegato la direttrice dell’istituto, Vittoria Brioschi, parlando della piccola come di una «leader» della sua classe e chiarendo di non aver mai ricevuto richieste di informazioni sulla bambina, nei due anni in cui ha frequentato quella scuola. Inoltre, per la direttrice la bambina «era sempre pulita, in ordine. E la madre una persona per bene». I giudici, mentre il caso montava, hanno spiegato che «la povertà non è mai causa di allontanamento» e che «non cerchiamo famiglie da “mulino bianco”, ma un livello accettabile di garanzia di sicurezza per i bambini». L’impressione, però, è che dietro questa storia vi sia una burocrazia miope, che è partita proprio dal dato delle difficoltà economiche per ricostruire uno scenario che potrebbe essere lontano dalla realtà. È vero, la donna ha pochi soldi, ma – secondo quanto riportato dal Secolo XIX – non è vero che non vuole lavorare. Lavorerebbe, invece, come badante, prendendo 200 euro dichiarati e, probabilmente, qualcosa in nero. Una storia nella storia, questa, che meriterebbe una riflessione a sé sulle condizioni di lavoro per i più deboli. Per sbarcare il lunario e mantenere la bambina, quindi, la donna ha avuto la necessità di rivolgersi ai servizi sociali e si è giovata di una rete volontaristica di sostegno sul territorio: l’asilo, che pur essendo privato ha accolto la bimba gratuitamente, e il “Melograno”, una struttura che dà alloggio a persone in difficoltà creata da don Marco Torre, precedente parroco di Santa Margherita Ligure, dove la donna risiede. «Fatemi capire come fare per riavere mia figlia, io non ho fatto niente», ha detto la madre, che non si dà pace anche perché, ha rivendicato, «a mia figlia non ho mai fatto mancare niente». «Volevano darmi un avvocato d’ufficio, ma ho rifiutato perché non mi fido più di nessuno», ha poi aggiunto. Una frase che – a meno che non si voglia ipotizzare una sapiente manipolazione da parte di questa donna – fa pensare immediatamente a incomprensioni pregresse con i presìdi pubblici e, in particolare, con i servizi sociali. Il 30 gennaio si terrà l’udienza che deciderà se la bambina potrà essere riaffidata o meno alla madre, valutando se quest’ultima si dimostrerà disponibile a impegnarsi in un percorso d’autonomia, a collaborare con i servizi sociali, a consentire il monitoraggio della condizione della figlia. La madre si è già detta disponibile a fare tutto il necessario, resta da capire se altrettanto sono disposti a fare i servizi sociali e i tribunali, magari partendo dal tentativo di misurare, nella vita reale e non in quella delle carte bollate, se davvero la bambina corra dei rischi così gravi a stare con la madre.