Sharon è morto. Se ne va il “leone di Dio” che fondò il Likud e a 15 anni già combatteva nell’Haganah

Dopo 78 anni di vita vissuta da protagonista mondiale e altri otto trascorsi in coma vegetativo, l’ex generale e premier israeliano Ariel Sharon è uscito di scena. La forte fibra dell’uomo cresciuto in una famiglia di ruvidi contadini immigrati dalla Russia, gli Scheinerman, ha continuato ad allungargli l’addio. I giornali, nel tentativo di costruire un’icona, sono tornati in questi giorni a proporre l’immagine di Sharon ripreso nel proprio ranch del Neghev con un capretto sulle spalle, come un personaggio emerso dalla Bibbia. Il suo medico, il professor Rothstein ha raccontato che «ha lottato come un leone, tenendo fede al proprio nome»: Ariel, in ebraico, significa appunto “Leone di Dio”. A quanto pare ci sarà una prima fase ufficiale dei funerali a Gerusalemme. Ma poi la sepoltura avverrà nel suo ranch privato dei Sicomori, nel profondo Sud. Ariel Sharon, nelle ultime volontà, ha stabilito che sarà inumato nella collina delle anemoni: accanto alla tomba della moglie Lili, il grande amore della sua vita.

Sharon era stato colpito il 18 dicembre 2005 da un lieve ictus da cui si era rapidamente ripreso. In quei mesi era impegnato a lanciare il nuovo partito centrista Kadima e ad avviare la propaganda elettorale in vista delle politiche del gennaio 2006. Ma il 4 gennaio 2006 era stato colpito da un secondo ictus, molto più devastante, mentre si trovava nel proprio ranch nel Neghev: all’ospedale Hadassah di Gerusalemme arrivò in uno stato di coma dal quale non si è più ripreso. In questi anni Sharon è stato assistito dai due figli, Ghilad e Omri, che hanno deciso di tenerlo in vita con una continua assistenza medica. Ma in tutto questo tempo non ha dato alcun segno di risveglio. L’ex generale, che fu per decenni protagonista di primo piano della scena politica regionale, era da ormai quasi otto anni immobilizzato in una stanza di ospedale davanti allo schermo di un televisore sintonizzato sul National Geographic. Nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal coma i figli avevano pensato anni fa di farlo trasferire nel ranch familiare del Neghev, ma il progetto si era rivelato irrealizzabile. Due mesi fa Sharon era stato sottoposto ad un intervento chirurgico che a quanto pare non è riuscito. Da allora, riferisce Canale 10, le disfunzioni si sono moltiplicate e i medici sembrano ormai impotenti e rassegnati. Da un mese era stato trasferito in rianimazione e sembrava che le sue condizioni si fossero stabilizzate.

Sharon è stato in prima linea in tutti i conflitti dello Stato ebraico: a 15 anni faceva parte dell’esercito clandestino Haganah, combattendo la guerra del 1948-49, poi nel 1956 divenne generale, a soli 28 anni. Combatté nel 1967 e nel 1973, quando riuscì a bloccare nel Sinai l’offensiva egiziana, ribaltando la situazione e addirittura iniziando la marcia sul Cairo. Bloccato dalla tregua, lasciò indignato la divisa per sempre. Nello stesso anno fu tra i fondatori del partito Likud, iniziando un’ascesa politica che fu temporaneamente bloccata nel 1982 quando, da ministro della Difesa, decise l’invasione del Libano e fu considerato responsabile delle stragi di Sabra e Shatila compiute dai falangisti delle milizie cristiane. Ricostruita con pazienza la sua forza politica, si venne a trovare di nuovo nell’occhio nel ciclone nel settembre 2000 quando, dopo una “passeggiata” nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme, cominciò l’Intifada palestinese a cui reagì con durezza, ordinando l’isolamento dal resto del mondo del presidente palestinese Yasser Arafat. Poi però cominciò a modificare l’atteggiamento di totale chiusura e nel 2005 portò avanti e vinse la sua più importante battaglia politica: il ritiro dalla Striscia di Gaza, con lo sgombero forzato di migliaia di coloni ebrei. Lo sgretolamento conseguente del Likud lo portò a fondare un nuovo partito, il centrista Kadima. Ma l’ictus del 4 gennaio lo ha fermato.