Servillo ha già vinto l’Oscar per “La Grande Arroganza”, celebrato dai media di sinistra…

La notizia della candidatura all’Oscar de La grande bellezza, arrivata a ridosso dei dati Cinetel che inneggiano a un ritorno nelle sale degli italiani, crea quasi un clima di nazionalismo cinefilo: tutti si stringono intorno a Sorrentino e al suo film, improvvisamente diventato la bandiera della nostra realtà socio-spettacolare, un po’ come nel dopoguerra alle pellicole di De Sica era idealmente (e ideologicamente) affidato il compito di dare voce al racconto degli italiani sul grande schermo. E in questo clima di rinnovato entusiasmo spettacolare, e di ritrovata unità nazionale – compito rispetto al quale la politica, persino quella più prosaicamente civica e movimentista, sembra fallire ogni giorno di più – irrompe la doccia fredda del “Grande vaffa” di Toni Servillo. Uomo schivo, riservato e compassato, arrivato al successo in età matura, e dunque chiaramente immune da virus mondani e modaioli, che nessuno – almeno fino a qualche giorno fa – si sarebbe immaginato mandare a quel paese con trasporto e acredine, una giornalista che, semplicemente, lo stava intervistando, decantando le lodi, ma citando anche le critiche, che hanno accompagnato dall’uscita il film vincitore del Golden Globe. Un vaffa, peraltro, annunciato e rimarcato dal teatrino improvvisato da una presunta ricezione telefonica fallace, scusa con cui  troncare la comunicazione che, ahinoi però, non è venuta meno, tanto da registrare in diretta tv la sgradevole gaffe. Una caduta di stile, quella di Servillo, che ha spiazzato tutti: sostenitori e detrattori, generalmente sempre d’accordo nel riconoscere comunque a quel garbato “uomo in più” arrivato ad arricchire le esigue fila di professionisti della settima arte, aplombe istrionico e flemma comportamentale.

Dal momento del vaffa, allora, la piattaforma mediatica – dal web ai giornali – si è trasformata in un campo di battaglia in cui di ora in ora si affrontano con le armi della dialettica la fazione di chi spara a zero, contro quella della stampa “alleata” che risponde al fuoco nemico con improbabili giustificazioni di sorta. E agli attacchi della Rete le testate “solidali” vicine ai salotti radical chic in cui rimbalza da una sequenza all’altra del film il Servillo-Gambaedella de La grande Bellezza, rispondono con una mitragliata di aggettivazioni forbite e compiacenti. Così, in un’intervista rilasciata (senza brusche interruzioni o epiteti offensivi stavolta) alla giornalista de La Repubblica, si legge che «Toni Servillo accoglie la notizia (della candidatura all’Oscar ndr) come sempre soavemente schivo, orrificato dagli esibizionismi, forse atterrito da questa proiezione nello scintillante universo hollywoodiano»… E persino quando l’avventurosa cronista si addentra nel pericoloso terreno delle critiche mosse al film, l’attore risponde, (seppur con stizza), educatamente: «Non mi interessano queste cose: il film ha fatto oltre sette milioni di incasso. Perché questa mania dei giornali di cercare sempre le polemiche, anche fasulle?». Le polemiche, insomma, saranno pure fasulle, ma il vaffa (lo abbiamo sentito tutti) era reale. Purtroppo…