Santoro ospita lo show del falso pentito Scarantino. Poi il gran finale dell’arresto…

Scava sempre più il fondo del barile Michele Santoro. E ieri, convinto di calare l’asso giornalistico, ha giocato una mano di poker televisivo invitando a Servizio Pubblico il falso pentito Vincenzo Scarantino, collaboratore di giustizia che ha ritrattato ogni confessione e rinnegato ogni dichiarazione, rispetto al quale si ha finora un’unica certezza: ha depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio. Un personaggio a dir poco controverso, che di sicuro ha contribuito ad alzare l’indice di gradimento del programma, persino a riflettori spenti quando – come raccontato dalla redazione di Servizio Pubblico – all’uscita degli studi di Cinecittà, il falso collaboratore di giustizia è stato prelevato da due volanti della polizia mentre stava salendo su un’auto privata messa a disposizione dalla produzione. E vai con la pubblicità gratuita.

Già, perché tutta l’operazione editoriale è stata ordita a puntino, e come spesso accade nelle campagne promozionali, un’indecifrabile variabile impazzita chiude il cerchio della riuscita del marketing: non solo Santoro e Travaglio si sono accaparrati in trasmissione il pentito che tutti vorrebbero intervistare – con tanto di misteriosissimo mascherino naturalmente – ma addirittura gli echi dello scoop hanno continuato a risuonare fuori del set, quando l’enigmatico personaggio, appena sceso dalla ribalta televisiva, viene arrestato in fragranza mediatica dalla Squadra mobile di Torino. Nei suoi confronti una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Torino: l’uomo, infatti, avrebbe commesso atti di violenza sessuale su una ospite di una comunità protetta nel Torinese.

Ma tra il prologo spettacolare e l’epilogo giudiziario, tra l’arrivo in studio e l’arresto appena uscito dalla porta di Servizio Pubblico, insomma, il falso pentito Scarantino ha avuto il tempo di recitare il suo copione, confermando in diretta su La 7, le sue accuse nei confronti del questore Arnaldo La Barbera, oggi deceduto, che lo avrebbe costretto a mentire.

Ripete a braccio la sua sceneggiatura il pentito pentito di essersi pentito, rinverdendo a suon di accuse e recriminazioni l’immagine – decisamente logora – della vittima sottoposta a continue vessazioni durante la detenzione nel carcere di Pianosa, pressato, a sua detta, allo scopo di indurlo a una falsa ricostruzione dell’attentato mortale al giudice Borsellino. «Loro me l’hanno detto, io non avevo nessun motivo di inventarmi le cose». E a nulla valgono le domande di Michele Santoro e del direttore di Panorama Giorgio Mulè: e quando si sente messo all’angolo dall’incalzare degli interrogativi si rifugia banalmente in scontati e non credibili «non ricordo». Come quando, a parte quello del dottore Petralia, asserisce di non conoscere i nomi dei magistrati presenti al confronto con altri collaboratori di giustizia, come Salvatore Cancemi, che lo avrebbero sbugiardato (i Pm Anna Maria Palma e Nino Di Matteo ndr).

Scarantino ripropone, dunque, le stesse accuse che  sfociarono in numerose condanne confermate dalla Cassazione prima delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che hanno portato alla revisione del processo. Poi, il colpo di scena finale, quello previsto in ogni scaletta – o sceneggiatura – che si rispetti: il riferimento ad appunti contenenti una falsa ricostruzione circa i responsabili della strage di via D’Amelio, che sarebbero stati scritti da una persona di cui, però, Scarantino dichiara preventivamente di non voler rivelare il nome nel corso dell’intervista; ribadendo peraltro di essere stato costretto ad imparare a memoria quegli appunti dagli investigatori del Gruppo Falcone-Borsellino.

La trama è tessuta, e il sipario sta per calare: ma non prima di aver incuriosito giornalisti in studio e pubblico televisivo a casa con le ripetute sollecitazioni del direttore Mulè, andate a vuoto:  il nome del «falso suggeritore» resta un mistero da sciogliere. Così come resta un enigma il presunto – o meno – coinvolgimento dei servizi. Quindi, il gran finale: in cui Scarantino spiega di essere stato «costretto a confermare le sue false accuse, dopo una prima ritrattazione, perché minacciato con la pistola, insieme alla moglie e ai figli, dagli investigatori», dichiara l’intervistato. «Mi hanno obbligato a dire bugie – conclude poi – perché dovevano “vestire il pupo”»…