Salvate il soldato Angelino dalla “prigione” del suo governo

Singolare parabola quella del Ncd di Angelino Alfano: nato da una costola di Forza Italia per salvare il governo Letta, si ritrova ora ad esserne ostaggio. Non è affatto casuale che siano proprio gli scissionisti il bersaglio preferito di Matteo Renzi, pronto ad inventarsene una al giorno pur di metterli in difficoltà confidando in un loro fallo di reazione. Ma è una speranza vana. Alfano non ha infatti alcuna intenzione di togliere il disturbo anche se è proprio in questo attaccamento alla… funzione che il limite dell’operazione del Nuovo Centrodestra si appalesa in tutta la sua evidenza.

Alfano e i suoi hanno lasciato Forza Italia in opposizione a chi lì dentro voleva sfiduciare il governo. Ma hanno scaricato tutto sulla “deriva estremista” dei vari Verdini e Santanché fingendo di non capire che il vero capo dei “falchi” era proprio Berlusconi. Né risulta che qualcuno di loro – tranne Cicchitto – abbia mai alzato testa e voce contro l’assetto proprietario del loro vecchio partito. Quanto ai contenuti, si sono limitati a rintuzzare timidamente il posticcio laicismo di ritorno agitato da alcuni sedicenti settori liberali di Palazzo Grazioli. Insomma, c’è stata più di una reticenza e qualche ipocrisia di troppo nella genesi del Ncd per potervi ora intravedere lo slancio fecondo di un nuovo inizio.

Con queste premesse era persino scontato che a scissione avvenuta e salvato Letta, il Nuovo Centrodestra si sarebbe trovato inchiodato al ruolo di guardia pretoriana del governo fino ad intrecciarne indissolubilmente i destini. Ne è derivata una condizione di inconsistenza progettuale che l’avvento di Renzi al vertice del Pd sta mettendo a nudo giorno dopo giorno. Alfano ed i suoi non hanno alcun potere di deterrenza. Men che meno possono minacciare di far cadere l’esecutivo senza sconfessare la ragion stessa della loro esistenza. Sono politicamente prevedibili ed irrilevanti. Non stupisce, dunque, che nelle dichiarazioni dei massimi esponenti di quel partito la forma prevalga sulla sostanza e la procedura conti più della politica. Ne è prova l’invocazione, quasi ossessiva, del rispetto del vincolo di maggioranza, soprattutto sulla riforma della legge elettorale. I dirigenti del Ncd temono – a ragione – di finire stritolati nella tenaglia che Renzi non fa mistero di voler stringere assieme a Berlusconi. Ma la loro è una pretesa fondata solo in apparenza, dal momento che l’attuale maggioranza (più che dimezzata, per altro, dal disimpegno forzista) è figlia dell’emergenza economico-finanziaria. Per questo è anomala. Una volta (s)caduto il governo, ognuno tornerà nel proprio alveo naturale: chi nel centrodestra, chi nel centrosinistra. E, allora, perché mai Renzi o chi per lui dovrebbe sentirsi vincolato a condividere uno strumento così strategico come la legge elettorale con l’alleato occasionale di oggi piuttosto che con i principali interlocutori di domani?

Ma c’è un elemento decisivo a carico delle difficoltà in cui si dibatte il Nuovo Centrodestra: il doppio, anzi triplo incarico di Alfano, oggi vicepremier, ministro degli Interni e leader del Ncd. Se non sente il bisogno di dimettersi per dedicarsi a tempo pieno al suo partito, vuol dire che il primo a non crederci è proprio lui. Accadde anche con il Fli di Fini accreditato all’inizio di percentuali decisamente lusinghiere ed infoltito – come oggi il Ncd – dalla trasmigrazione di molta nomenclatura ma poi ridotto allo zerovirgola anche dalla scelta del suo leader di non lasciare la presidenza della Camera. Ecco, se Alfano ha davvero intenzione di convincere i moderati che il suo partito è la vera novità della politica italiana, non ha che da lasciare il governo ed assumerne la guida. Diversamente, il tutto apparirà come l’ennesimo tentativo di autoriciclaggio di un ceto politico nuovo solo all’anagrafe.