Proporzionalismo e preferenze: la tentazione di chi immagina un ritorno al passato per salvarsi

Che cosa rimane di quest’ultimo ventennio politico? Nulla. Assolutamente nulla. La sola cosa della quale si poteva andare orgogliosi era l’introduzione del sistema uninominale maggioritario e della correlata abrogazione del proporzionale e delle preferenze. Sì,  è vero, i partiti proponevano i candidati (uno per collegio), ma quanto meno avevano il buon senso di provare a mettere il meglio che potevano sul mercato sia valutando i meriti politici, culturali e di notorietà acquisita nel campo delle professioni dai candidati, sia  facendo valere il criterio del “radicamento sul territorio” che quantomeno garantiva la conoscenza nel collegio di chi si proponeva di conquistare un seggio in Parlamento. Altro che primarie: immaginate la baraonda che si scatenerebbe per scegliere coloro i quali dovrebbero entrare nelle liste delle piccole circoscrizioni.

La fine delle preferenze, ricordiamo tutti,  venne salutata come la sconfitta del clientelismo, della corruzione, delle cordate che eliminavano spesso i  migliori per salvaguardare lo “spirito di corrente”: una rivoluzione. Adesso c’è chi vuole le preferenze ed il proporzionale (lasciamo stare il controverso premio di maggioranza che è una finzione inaccettabile per garantire la governabilità a chi è oggettivamente minoranza – soltanto un po’ meno degli altri – ma non rispecchia il responso dell’urna): un indiscutibile ritorno al passato.

No, nessuna legge elettorale, al di fuori di quelle ispirate ad un sano principio maggioritario, garantisce il bipolarismo. Ed è quantomeno bizzarro  che tutti, ma proprio tutti si affannino oggi a difenderlo il bipolarismo mentre è ineluttabile la stabilizzazione di un quadro tripolare, dopo le elezioni, quale che sia la normativa che verrà approvata perché di fronte ai numeri non c’è legge che tenga. Un’altra finzione ai danni del popolo ritenuto credulone e che già guarda con fastidio al balletto in corso tra le forze politiche ispirato soltanto a convenienze partitiche (la più macroscopica è quella che si sta architettando per “salvare” la Lega e buttare via le altre formazioni che non raggiungeranno la soglia del 5%) e non ad una effettiva esigenza di dare al Paese una legge che contemperi stabilità di governo e rappresentatività delle forze politiche.

Assisteremo nei prossimi giorni ad un “incartamento” generale della discussione sulle ipotesi in campo. E , da quel che ci sembra di capire, non si faranno molti passi in avanti sulla strada di una soddisfacente normativa che se proprio non è in grado di mettere d’accordo tutti, ci si augura che quantomeno non penalizzi rappresentative politiche che per quanto piccole sono pur sempre espressione della volontà di centinaia di migliaia di italiani se non di milioni: con il sistema in discussione, dove andrebbero a finire quei voti espressi e non “utilizzati”? Nemmeno nel classico “frigorifero” dove venivano riposti una volta i consensi anti-sistema, come si diceva. Se ne dovrebbero ricordare coloro che provenienti da destra adesso militano altrove.