Nel sorriso di Mattia il messaggio di speranza per un Paese che deve ricominciare a crescere

Tanti auguri a Mattia, il primo bimbo nato del nuovo anno. Ne ha dato l’annuncio l’ospedale San Pietro-Fatebenefratelli  di Roma. E tanti auguri ai suoi genitori, Cecilia e Fabrizio. Mattia ha aperto gli occhi al mondo alla mezzanotte in punto. Ci piace iniziare il nuovo anno con l’immagine della nascita di un bimbo. Il simbolo di una vita nuova, di un mondo che si rinnova attraverso gli uomini, di una luce che brilla ad accendere una speranza. Linfa  che alimenta il futuro e ce lo fa percepire nella concretezza della sua materia e nella dimensione della sua spiritualità. Niente, come la nascita di un bimbo, procura gioia e felicità. E’ la più alta e forte delle risposte alla rassegnazione nella quale spesso imprigioniamo l’Ego della nostra esistenza. Mattia, invece, rappresenta per tutti la fiducia che torna a volteggiare nel mezzo di una comunità assopita, stordita, delusa e indebolita, privata di certezze e annichilita da mille paure per un domani che si annuncia denso di incognite. Dobbiamo far forza su noi stessi, rimboccarci le maniche, puntare sulle qualità che al nostro popolo non mancano, guardare con occhi diversi al domani. Parole sagge.  Stimoli necessari. Lo ha ripetuto persino il Capo dello Stato, nel suo accorato messaggio di fine anno. Lo grida il Papa, invitando ad una nuova solidarietà in un mondo segnato da antiche e nuove povertà, e attraversato da  guerre e conflitti,  alcuni alimentati dalla follia del fondamentalismo religioso. Parole, c’è da augurarsi, che non cadano nel vuoto. Perché  di tutto abbiamo bisogno per risollevarci, tranne che della retorica dei luoghi comuni. Purtroppo, nella dilagante ondata di buonismo che ci circonda, questa non è una novità. Del discorso di Napolitano alla Nazione ha colpito soprattutto la parte in cui ha affidato alle lettere di alcuni italiani la descrizione del diffuso malessere in cui si vive, da quando è scoppiata la crisi ed è venuta meno la fiducia verso la politica, le istituzioni e, via via, verso tutto e tutti. Quel che emerge, nella lettura franca, dolente eppure dignitosa di quei messaggi, non è solo lo stato di disagio e di sofferenza, ma soprattutto lo spirito rassegnato, la perdita di senso complessivo perché niente e nulla, dallo Stato all’economia, ha più senso quando non c’è speranza di cambiamento e il futuro lo si guarda con le lenti di un declino inarrestabile. Eppure , è qui la chiave di volta. Nella perdita di senso di quelle che, una volta, chiamavamo Agenzie di senso. Luoghi e ambiti in cui si alimentava il fuoco della passione civile e si progettavano le architravi della casa comune, si costruivano progetti, si dispensavano sogni e si forgiavano intelligenze. Dove, il bene comune non era lo slogan di un momento, ma l’idea cui tendere prodigandosi e superando ogni  tornaconto personale. Non tutto era rose e fiori, evidentemente. Ma nella generalità degli individui costituiva la molla che trasportava, l’incentivo che cementava rapporti e amicizie, il dato di riconoscimento di una comunità che in tal modo costruiva, nel solco degli anni e nel volgere della sua storia, la propria identità. Ora, persino la nostra identità di italiani sembra non aiutare più di tanto a superare la crisi. Come se , improvvisamente, ce ne fossimo privati e non credessimo più alla forza del nostro genio. Riaffiora l’immagine del Gulliver ingabbiato nelle mille corde tese dai lillipuziani. L’immagine che usò L’Euripses, in un suo non lontano rapporto, per descrivere lo stato del nostro Paese.L’immagine di un Paese simile ad  un Gulliver, pur mastodontico e massiccio, che non riesce a trovare la forza per spezzare le catene e liberarsi. Eppure, dobbiamo tornare a credere in noi. Nella nostra genialità di italiani, nella capacità che sempre abbiamo avuto di rialzarci dopo le sconfitte, nella freschezza di generazioni nuove cui abbiamo spesso negato spazi di protagonismo, nella tenacia di chi più giovane non è, ma sa ancora offrire fette di saggezza e consigli utili al prossimo più che a se stesso. Non ho mai creduto, come dice Letta con una buona dose di retorica autoreferenziale, ai cambi generazionali troppo declamati per essere concretamente efficaci. Da che mondo è mondo, le trasformazioni e i cambi generazionali ci sono sempre stati, perché è un fatto del tutto naturale. E’ bene diffidare di chi investe solo e soltanto sul dato anagrafico senza costrutto, senza spiegare quali novità intenda porre e come risolvere i problemi che angosciano famiglie e imprese. La verità è che non ci potrà mai essere cambiamento vero senza un progetto credibile. Una idea che ridia smalto al Paese e rinfocoli fiducia in chi l’ha perduta. Un moto  che dimostri davvero che la Politica si sia riappropriata di quegli elementi reali, concreti, e nobili, che la facevano essere la missione più bella che donne e uomini potessero compiere. La Politica che torna ad essere Agenzia di senso. Per dare un senso al domani, e una direzione al destino dei popoli. In fondo, Papa Francesco lo ha capito prima di ogni altro. La Chiesa, pur con le sue contraddizioni e fra tante difficoltà, sta cercando di tornare a svolgere un ruolo di agenzia. Lo fa con l’esempio del nuovo papato, con gesti e parole semplici. Altro che marxista, Papa Francesco cerca di ricostruire un sistema valoriale sconnesso e squassato dagli egoismi, dal capitalismo sfrenato e  da una finanza senza volto e senza controllo, da quell’edonismo che ha inquinato anime e coscienze in ogni parte del mondo, scavato fossati di diseguaglianze e  costruito  recinti di incomunicabilità. Per rinascere , anche la Politica deve iniziare dalle cose semplici, immediate, fornire esempi concreti, parlare alle coscienze, dopo aver preso coscienza dei suoi errori. Si osservino gli  occhi di Matteo, il primo nato del nuovo anno. Brilla, sul suo volto innocente, una grande speranza di futuro.