Nasce la “democrazia oligarchica”. Così il bipolarismo partorisce il tripolarismo…

Suggestiva l’ipotesi avanzata qui da Mario Landolfi di promuovere un referendum abrogativo della legge elettorale peraltro ancora in gestazione, ma, come lui stesso ammette, di difficile realizzazione. A meno che tutti “i piccoli indiani” non si mettano in circolo attorno ad un bivacco e decidano una strategia che li salvi dalla ghigliottina dello sbarramento. Non esclusa anche l’indizione, appunto, di un referendum. Idea ancora più suggestiva. Me ce li vedete Vendola, la Meloni, Monti (sempre che Scelta civica non chieda ospitalità nelle liste del Pd), Casini e Mauro (se non confluiscono nel Nuovo centrodestra che però diventerebbe un centrino perdendo qualsiasi sia pur labile connotazione di “destra”) unirsi nel raccogliere le firme necessarie per promuovere la cancellazione dello sbarramento, introdurre le preferenze e gettare alle ortiche  le altre bizzarrie (chiamiamole così) contenute nel rinnovato Porcellum? E poi, il risultato sarebbe davvero quello voluto?

A parte il fatto che complessivamente i soggetti potenzialmente interessati  arrivano si e no al sei sette per cento, oggi chi gli darebbe ascolto su una materia che, disgraziatamente, non suscita l’interesse dei cittadini per i quali la politica semplicemente non esiste più, figuriamoci se con le paturnie che li angosciano si mettono pure a cercare banchetti per firmare contro una legge che perfino gli addetti ai lavori faticano a comprendere. Lasciamo stare.

La battaglia è perduta in partenza. Questo bipolarismo straccione ha prodotto il tripolarismo. E se ne faccia una ragione Angelino Alfano: il 4,5% non lo salverà dalla dannazione della marginalità poiché non basta la soglia d’accesso per arrivare in Parlamento: c’è bisogno di conquistare i quozienti nei vari collegi. E dal momento che Pd, Pdl e M5S  si accaparreranno quasi ovunque i cinque o sei seggi che dovranno essere attribuiti in ogni circoscrizione, cosa resterà al Ncd, sia pure allargato ai centristi doc?

C’è un’altra domanda, comunque, sollecitata da questo strano modo di riformare il sistema elettorale: se il Senato elettivo non dovesse essere cancellato, che fine farà la legge, varrà soltanto per la Camera? Non ci hanno pensato, nell’euforia del patto siglato, Berlusconi e Renzi. I quali sono certi che il Senato si taglierà da solo la testa. Ma noi, fossimo in loro, non daremmo per scontato un evento che puzza di giacobinismo lontano un miglio.

Resta il problema da noi sottolineato più volte in questi giorni. Le riforme istituzionali devono precedere quella elettorale e non viceversa. Per la ragione molto semplice che non si può condizionare un sistema all’accordo di un paio di soggetti politici che fanno e disfano istituti costituzionali di primaria importanza sia per la governabilità che per garantire rappresentatività. Un tema poco sentito in un clima di “democrazia oligarchica” che non ha niente a che vedere con la democrazia maggioritaria, decidente e partecipativa.

Ai legislatori di questi tempi mancano i “fondamentali”, come si dice per i calciatori decotti. E la partita non può che essere un deprimente spettacolo destinato a durare lo spazio di un mattino. Abbastanza, comunque, per innescare malessere e conflitti che non faranno bene al Paese.