Marò, scontro nel governo indiano. E il “Times of India” ammette: rischiamo una figuraccia internazionale

È scontro aperto all’interno del governo indiano sulla gestione del caso dei marò italiani. E il Times of India ammonisce: l’India rischia la reputazione internazionale dopo aver preso l’impegno, attraverso il proprio ministro degli Esteri, che i due fucilieri di Marina non sarebbero stati sottoposti al Sua Act che prevede, appunto, la pena di morte. L’altalena di dichiarazioni sulla sorte dei due militari italiani, dichiarazioni che si sono avvicendate in tutti questi mesi, sono dovute proprio al contrasto fra due esponenti del governo indiano, il responsabile degli Esteri, Salman Khurshid, e il titolare degli Interni, Sushil Kumar Shinde, sono ai ferri corti: il primo ha preso l’impegno con l’Italia e con la Comunità internazionale, il secondo, proiettato sulle prossime elezioni, non vuole perdere la faccia e soffia sul fuoco per accreditarsi presso il proprio elettorato.In gioco c’è la rielezione e, quindi, Sushil Kumar Shinde non intende mollare la presa.  Ma a riportarlo con i piedi per terra ieri ci ha pensato il Times of India. Il prestigioso e antico quotidiano in lingua indo-inglese, il più letto in assoluto nel Paese e di chiaro stampo conservatore, ha pubblicato un commento sferzante intitolato, non a caso, “Il pasticcio sulla vicenda dei due soldati della Marina italiana è sintomatico di un esteso fallimento della politica estera (indiana ndr)”.
Nell’editoriale, il Times avverte del rischio concreto di ripercussioni su piano internazionale se si scegliesse la strada che il ministro degli Interni si ostina a prospettare. E si ricorda di due altri casi controversi che hanno infiammato le relazioni fra l’India e la Comunità internazionale paventando la possibilità che, nel momento in cui, davvero, ci fossero in gioco alcuni terroristi e non, piuttosto, i militari di un altro paese, come è il caso dei marò, l’India potrebbe trovarsi di fronte a un muro qualora ne richiedesse la consegna.
«Come spesso accade un braccio del governo non sa cosa sta facendo l’altro», irride il governo indiano l’autore dell’editoriale non firmato e, quindi, attribuibile alla direzionne del primo quotidiano indiano.
Nel commento il quotidiano critica apertamente il governo indiano per aver gestito male la vicenda e mette in guardia dal rischio di ripercussioni sul piano internazionale: «la gestione pasticciata del tragico incidente – scrive l’anonimo autore – e’ sfociata in una grave crisi diplomatica con ramificazioni che si sono estese sul piano internazionale». Il riferimento è alla garanzia data il 22 marzo 2013 dal ministro degli Esteri Salman Khurshid sul fatto che il caso «non rientra tra quelli che sono puniti con pena di morte» e che è stata, appunto, disattesa dal suo collega degli Interni che avrebbe invece approvato l’utilizzo del Sua Act.
«Se le garanzie dell’India perdono credibilità, ci potrebbero essere conseguenze sulla sicurezza che danneggiano anche lo stesso ministro degli Interni», avverte  il giornalista aggiunge citando il caso del terrorista Abu Salem estradato dal Portogallo in cambio dell’impegno, da parte dell’India, di non condannarlo all’impiccagione.
Il Times of India mette poi in evidenza anche il rischio di una sospensione della cooperazione con l’Unione Europea. «Se insistiamo a trattare i due militari italiani come terroristi, cosa succederà quando invece ci troveremo con dei veri terroristi?».
L’editoriale cita anche la recente disputa con gli Stati Uniti sull’arresto della vice-console di New York, Devyani Khobragade, di aver falsificato il salario e il visto della domestica indiana Sangeta Richard, arrestata dagli Stati Uniti e poi rilasciata consentendogli di trovare riparo in India nonostante le accuse e le prove nei suoi confronti. «Lo zio Sam – scrive il quotidiano riferendosi agli Usa – è l’unica potenza globale e può permettersi di ignorare i suoi impegni internazionali, ma l’India non lo può fare. Se New Delhi perde gli Usa e anche l’Europa, potrebbero per esempio esserci brutte sorprese nella nostra partnership strategica con il Giappone».
E poi conclude ironicamente che «l’unico partner che ci rimane è la Cina», ma questa relazione «potrebbe costare la cessione di porzioni di territorio nazionale» riferendosi alla vecchia e ancora irrisolta disputa sui confini dei due giganti asiatici sulla catena himalayana.