Marò, ora l’India cerca una via d’uscita per non perdere la faccia

Assicura che l’inchiesta è oramai conclusa. E che, per quanto lo riguarda, è già tutto deciso: è stata applicata la Sua Act, la legge antiterrorismo indiana che prevede la pena di morte per i due marò italiani Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Mentre la Comunità Europea finalmente si muove a livello internazionale inviando alcuni alti funzionari in India come primo passo di un coinvolgimento che ha faticato finora a prendere il volo e una delegazione di parlamentari italiani si appresta a partire domani per New Delhi, Sharad Kumar, direttore generale della Nia, la National Investigation Agency corrispondente all’Fbi statunitense fa sapere che il dado è tratto. E ora la palla passa alla Corte Suprema che a febbraio deciderà il destino dei due militari italiani. Ma quel che è certo, dice Kumar, è che è stata applicata quella legge che porta dritti alla pena di morte.
Un pugno nello stomaco per chi si aspettava che l’India tenesse fede alle sue promesse e alle rassicurazioni più volte fornite da alcuni membri del governo indiano all’Italia.
Proprio mentre anche il Corriere della Sera sembra  risvegliarsi dal suo torpore e dall’indifferenza con la quale ha trattato fino ad oggi la questione e sceglie di prendere posizione sulla vicenda con un editoriale in prima pagina con il quale mette in guardia tanto l’Italia quanto l’India sul rischio di portare la crisi alle estreme conseguenze e, contestualmente, di perdere di vista il fatto che, in gioco c’è la credibilità internazionale  di Roma e di New Dheli ma, anche, le regole di bon ton diplomatico e di relazioni fra governi. Come dire: se oggi si accetta o si permette tutto questo, cioè mettere in discussione quelle che sono le regole internazionali che i Paesi si sono reciprocamente date, domani può succedere di tutto. E in quel “tutto” c’è, in fin dei conti, anche il rischio, fondato, che l’India possa non trovare più, quando ce ne sarà davvero bisogno, la collaborazione piena e convinta degli altri Paesi, per esempio sulle questioni, oramai divenute sovranazionali, del terrorismo. Che non conosce confini geografici.
Non è un caso che il Times of India, appena pochi giorni fa ha ricordato la faccenda del terrorista che aveva preso parte a uno dei sanguinosi e devastanti attentati a Mumbai. Fu consegnato all’India dal Portogallo che pretese e ottenne rassicurazioni sul fatto che non sarebbe stata utilizzata la pena di morte. Ma un domani, si chiede il Times, se la vicenda dei marò italiani avesse sbocchi drammatici, l’India potrebbe continuare a contare sulla collaborazione piena, fattiva e concreta degli altri Paesi? Un interrogativo non banale che dovrebbe suggerire al governo indiano grande cautela, meno arroganza e la ricerca di una exit strategy intelligente nella gestione, finora caotica, della questione dei due militari italiani.La prossima data utile è quella del 3 febbraio, giorno nel quale il governo indiano dovrebbe prendere una decisione come richiesto dalla Corte Suprema del Paese. Lo hanno assicurato anche i due ministri delle Finanze e del governo indiano a una Emma Bonino «sconcertata e frustrata».
Di fatto c’è che a distanza di due anni dall’episodio, ad oggi non è stato formulato neanche il capo di imputazione. Una lentezza burocratica estenuante che è lo specchio non solo dell’indole indiana ma, soprattutto, della volontà di tenere sulle corde l’Italia per tante, tantissime ragioni. In gioco c’è molto, anche la questione degli elicotteri di Finmeccanica sui quali ora dovrà decidere un arbitrato internazionale.
Nessuno poi si nasconde, oramai, la connotazione politica che è stata data alla vicenda. Una variabile destinata nei mesi a venire a prendere sempre più peso mano a mano che ci si avvicina alle elezioni indiane. Secondo molti osservatori, il ministro indiano dell’Interno sta utilizzando proprio l’argomento dei marò per infiammare l’elettorato.
E’ in questo clima che la delegazione italiana che parte domani da Roma si presenterà a New Dheli nel tentativo di provare a incontrare le controparti ed esprimere il rincrescimento per la vicenda, oltre alla preoccupazione per le notizie circa la possibile applicazione nel processo della normativa anti-terrorismo, che prevede la pena di morte.
«A questo punto dell’azione diplomatica, è doveroso che anche il Parlamento italiano si mobiliti per chiedere il rispetto del diritto», spiega Gasparri. La situazione è molto fluida e altrettanto imprevedibile.
Ancora oggi il Times of India è tornato sull’argomento rivelando che il ministro degli Interni indiano avrebbe «ignorato un determinante parere legale» relativo alle modalità del processo a carico dei marò. In questo scenario emerge che gli esperti indiani sono al lavoro per trovare una soluzione da presentare alla Corte Suprema entro il termine del 3 febbraio come stabilito nell’udienza di lunedì scorso. In effetti, spiega il Times, la National Investigation Agency «poteva trattare il caso in base agli articoli del Codice penale indiano» anche se non è previsto nel suo atto costitutivo. Avrebbe,  insomma, potuto evitare di applicare il Sua Act. E questo perché «la vicenda dei militari italiani è un caso speciale affidato direttamente dalla Corte Suprema alla polizia».
In questo contesto, secondo il Times, il ministero degli Interni «potrebbe ritirare (alla Nia, ndr) l’autorizzazione all’uso del Sua Act» oppure «trovare una scappatoia giuridica per evitare questo tipo di accuse. In entrambi i casi – secondo il Times of India – il ministero degli Interni rimedia una brutta figuraccia».
Che la vicenda sia stata condotta in modo tutt’altro che lineare e trasparente è una questione oramai piuttosto chiara. Così come è evidente che all’interno dello stesso governo indiano si stanno generando divisioni e fratture.
Il Times conferma che «il ministro degli Esteri è infuriato» per il presunto via libera degli Interni all’applicazione del Sua Act. Comprensibilmente visto che è stato lo stesso ministro degli Esteri indiano a dare la sua parola all’Italia sul fatto che il Sua Act non sarebbe stato adottato nei confronti dei militari italiani.
Ma il Times of India ricorda anche che il ricorso da parte della Nia all’articolo 302 del Codice penale indiano (omicidio), può essere possibile ma, comunque, potrebbe essere impugnato dalla difesa italiana in quanto l’incidente del 15 febbraio 2012 è avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane. Sembra di capire, insomma, che se i marò sono ostaggio dell’India, l’India stessa, ora, si trova in ostaggio, di fronte al consesso internazionale, dei suoi stessi princìpi. E sta cercando una via onorevole per non perdere la faccia. Per l’arroganza indiana questo sarebbe il peggiore dei contrappassi.