Marò, l’Italia accelera e cala l’asso del ricorso alla Corte Suprema indiana

L’Italia accelera (finalmente) sul caso marò. Ricorre alla Corte Suprema indiana e invia una missione parlamentare a New Delhi per cercare di uscire dall’impasse sul caso di Girone e Latorre,  soprattutto per allontanare lo spettro di un rischio pena di morte per i due nostri militari. Il massimo tribunale indiano esaminerà lunedì il ricorso in cui l’Italia rileva che tutte le indicazioni date dal massimo tribunale sulle indagini e il processo sono state disattese e che inoltre la polizia Nia intenderebbe incriminare i due con una legge antiterrorismo (Sua Act) già respinta dai tribunali del Kerala. Sono le carte decisive. Di fronte all’ennesimo rinvio per la presentazione dei capi di accusa nei confronti di Latorre e Girone, Roma ha dunque rotto gli indugi e ha imboccato la strada di un appello urgente alla massima istanza indiana, organismo che fra l’altro ha sotto tutela i due fucilieri di Marina fino all’inizio del processo per la morte il 15 febbraio 2012 di due pescatori indiani al largo del Kerala. La doppia strategia messa in campo – politica, con l’invio della missione istituzionale bipartisan in India; e giuridica, con il ricorso alla Corte – sembra concretizzare quell’ «iniziativa decisa e forte» che l’inviato del governo Staffan de Mistura aveva anticipato per «mettere fine all’impasse» che allunga a dismisura la prospettiva di rientro in Italia dei due fucilieri di Marina. Con il ricorso la difesa dei marò si propone di sollecitare una presa di posizione della Corte Suprema per ricordare  agli investigatori e al governo indiani che la legge che New Delhi utilizza per reprimere la pirateria marittima (il “Sua Act”) non è fra gli strumenti (codici, leggi e convenzioni) indicati nelle sentenze del 18 gennaio e 26 aprile 2013 dallo stesso massimo tribunale per condurre l’inchiesta e permettere a una Corte speciale di giudicare il caso. Un’eventuale introduzione di questa legge cambierebbe radicalmente lo scenario del processo, «perché si tratta di uno strumento antiterrorismo», inapplicabile a personale militare imbarcato in funzioni di lotta alla pirateria», spiegano fonti giudiziarie. Lunedì, dunque, si prospetta una giornata decisiva per l’esame del ricorso e una qualche presa di posizione, si è  appreso, «dovrebbe arrivare intorno al 26 gennaio». Prima cioè dell’udienza fissata per il 30 gennaio dal giudice speciale Darmesh Sharma a cui la Nia ha cercato di trasferire la tutela dei marò, pur in assenza della formalizzazione dei capi di accusa contro di loro. Siamo a una sorta di ultimatum giuridico.

Nel ricorso che l’Italia ha presentato alla Corte Suprema si sostiene che «nel comportamento indiano è configurabile una figura di offesa al massimo tribunale», perché per un anno non è stato fatto nulla di quanto da questo raccomandato» Dunque, l’Italia chiede che «si presentino subito i capi d’accusa senza l’utilizzazione della legge antiterrorismo, già esclusa dall’Alta Corte del Kerala, o in alternativa che «si autorizzino i marò a rientrare in Italia per attendere i tempi del processo indiano». Potrebbe essere il bivio decisivo.