Ma non è seria una riforma elettorale che lascia le liste bloccate

Da un lato troppa enfasi, dall’altro eccesso di minimizzazione. La verità è nel mezzo, come sempre: l’incontro tra Renzi e Berlusconi nella sede del Pd rappresenta un deciso passo avanti sulla strada della reciproca legittimazione ma non ha ancora il crisma dell’evento storico. Siamo ai preliminari né si può dar per scontato che i solenni impegni a realizzare le riforme annunciate – legge elettorale, trasformazione del Senato, limitazione delle competenze regionali – saranno effettivamente mantenuti. Solo allora e solo in quel caso si potrà parlare di Terza Repubblica senza tema di aver scambiato l’ultima ora dell’imbrunire per l’alba di un nuovo giorno. Ad oggi, il cronista è costretto a registrare la diffidenza di Alfano, i tatticismi di Letta, gli strali di Grillo, le convulsioni della sinistra Pd, che pencolano come altrettanti interrogativi minacciosamente sospesi sul già accidentato cammino delle riforme.
Renzi ha certamente avuto coraggio nell’aprire le porte del Pd al “pregiudicato” Berlusconi e questi è stato lesto nel varcarne la soglia ben consapevole, del resto, che ne avrebbe politicamente guadagnato in ogni caso. Non è lui a rischiare, ma Renzi che si gioca tutto a testa o croce e c’è da sperare per lui che abbia accuratamente soppesato mosse e contromosse. A cominciare dall’appuntamento odierno con i gruppi parlamentari del suo partito in parte ancora legati – specie i senatori – alla vecchia dirigenza. Il vero ostacolo, il sindaco lo ha in casa. E lo sa. Se lo supera, potrà intraprendere. In caso contrario, resterà sotto il fuoco amico, pratica ben nota nel Pd per essere stata applicata con particolare frequenza nel bel mezzo della corsa al Quirinale, quando a cadere sotto i cecchini furono prima Marini e soprattutto Prodi. Tra i franchi tiratori di quelle convulse giornate non mancarono renziani. Nulla di strano, quindi, se qualcuno nel Pd decidesse di cogliere l’occasione dei voti segreti sulla legge elettorale per rendergli pan per focaccia. Sarebbe uno scenario che ci riporterebbe ai nefasti del più vieto assemblearismo, altro che Terza Repubblica!
Renzi farebbe bene a non sottovalutare che il mantenimento nel nuovo sistema di voto delle liste bloccate costituisce un punto debole che adeguatamente arpionato dagli altri partiti potrebbe zavorrare la trattativa sin dall’inizio. È una questione solo apparentemente tecnica. Anzi, l’elemento che ha contribuito a bollare come casta i parlamentari fonda proprio sull’impossibilità per gli elettori di individuarli e votarli. Con liste più corte, i cittadini potranno (forse) riconoscerli ma continueranno comunque a non scegliergli restando limitato il loro potere all’accettazione in blocco dell’intero elenco di nomi. Ma il confine del vero cambiamento passa esattamente da qui, cioè dalla restituzione ai cittadini dello scettro della piena ed effettiva sovranità popolare. Diversamente, gli italiani continueranno ad essere rappresentati da parlamentari scelti da nomenclature cui resteranno grati e devoti. O si capisce che il meccanismo di nomina capovolge addirittura la natura del rapporto tra governo e parlamentari mettendo quest’ultimi in condizione di subalternità rispetto al primo oppure si continuerà ad abbaiare alla luna ogni qualvolta si alzerà la voce o si punterà il dito contro l’inadeguatezza della classe dirigente.
L’unico che finora si è esposto sul fronte della preferenza (ma anche il collegio uninominale consente la partecipazione attiva dell’elettore) è Alfano. È tutto da vedere se continuerà a farlo. Vero è che le diatribe sui meccanismi elettorali annoiano fino alla morte, ma non è questo il caso. L’essenza della questione non riguarda l’opzione tra proporzionale e maggioritario o uninominale e liste di candidati bensì tra l’esercizio pieno della sovranità popolare e la sua compressione in nome e per conto delle segreterie dei partiti. Solo nel primo caso, oltre alla lista, i cittadini potranno scegliere anche chi li rappresenterà in Parlamento. Non è una questione da poco, ma rappresenta il confine da superare se non si vuole prolungare la coda più inconcludente e dannosa della Seconda Repubblica, quella nata nel segno del Porcellum che l’accordo Renzi-Berlusconi sta facendo gattopardescamente risorgere a nuova vita.