Lavoro e studio, il nodo cruciale è la scelta. E spesso si opta per quella sbagliata

Dopo averci consegnato, poco più di un anno fa, il quadro allarmante del declino delle nostre città in termini di prodotto interno lordo nei prossimi venti anni, McKinsey, la nota società di consulenza manageriale di Chicago,  offre ora l’ennesima occasione per riflettere sul dramma della occupazione giovanile. Il rapporto presentato a Bruxelles dall’istituto di ricerca , dati alla mano, conferma clamorosamente quel che già si sapeva: in Italia , al pari del Portogallo e la Grecia, non funziona il rapporto tra domanda ed offerta di lavoro. Più esattamente, la maggior parte degli imprenditori intervistati sostiene di non sentirsi affatto garantito dal livello di preparazione fornita dai nostri istituti scolastici e professionali. Non solo. «In Italia, Grecia, Portogallo e Regno Unito –  diagnostica McKinsey – sempre più studenti stanno scegliendo corsi di studio collegati alla manifattura, alla lavorazione, nonostante il brusco calo nella domanda di questi settori. E, in generale, non è una cosa positiva vedere un ampio numero di giovani scommettere il loro futuro su industrie in decadenza… Ci sono abbinamenti sbagliati, educatori e imprenditori non stanno comunicando fra loro». Insomma, gli educatori, con scarsa propensione a leggere il mercato nella sua evoluzione e le trasformazioni che investono il mondo del lavoro, sono convinti di formare adeguatamente i giovani per garantirgli stabilità occupazionale, mentre gli imprenditori, per la maggior parte, ritengono assolutamente inadatto o insufficiente il livello di competenza da loro raggiunto al termine del ciclo scolastico. Detta così, la soluzione sembrerebbe facile. Nel senso che basterebbe correggere il livello di comunicazione tra insegnanti e imprenditori, cercando di correlare la formazione alle esigenze che questi ultimi prospettano per le loro aziende e le loro produzioni. Sul piano pratico, tutto diventa, però, più complicato quando si cerca di cambiare le cose. La verità è che bisognerebbe cominciare dalla scuola secondaria, mutando il modello mentale che condiziona l’indirizzo formativo dello studente al momento della scelta tra liceo , istituti tecnici e professionali. In genere l’orientamento si basa su un ragionamento del tutto opinabile: se lo studente è uscito dalle medie con un ottimo risultato, è consigliabile che prosegua gli studi al liceo; se il rendimento è appena buono, meglio il tecnico; se è scarso, si accontenti di un diploma professionale.  La situazione si complica ulteriormente quando si tratta di decidere la facoltà universitaria. Come se non bastasse, la laurea da noi ormai non è più sinonimo di stabilità lavorativa. Soprattutto, non è sempre necessaria per trovare un’occupazione e, quando i laureati riescono a trovare un posto, soltanto nella metà dei casi c’è coerenza  tra titolo di studio e lavoro svolto. La sovra qualificazione rispetto all’impiego è  diventato un  fenomeno in crescita: un fenomeno che provoca sia mobilità sociale discendete sia immobilità sociale. Tra svalutazione del titolo di studio ,dequalificazione dei cicli formativi , mortificazione e desertificazione lavorativa, i nostri giovani sono messi davvero male. Insomma, se qualcuno pensa che  basti cambiare le regole del mercato del lavoro per risolvere tutti i problemi e garantire occupazione a chi non ce l’ha, è bene che se lo tolga dalla testa. Per quanto sia importante rendere più fluide le norme, allargare l’area della flessibilità in entrata, superare la morsa del cuneo fiscale e alleggerire il peso delle condizioni di uscita, tutto questo non basta ad aprire nuovi orizzonti e creare qualche certezza in più per il mondo giovanile. Lo stesso istituto americano che ha fotografato la situazione occupazionale europea ( e italiana), spronava a riflettere, appunto un anno fa, sul fatto che  nel 2030 la forza lavoro mondiale sarà di circa 3 miliardi e mezzo di persone. Studiando i dati e le tendenze dei 70 paesi che producono il 96% del Pil mondiale e ospitano l’87% della popolazione, il rischio paventato è quello che già nel 2020 ci possano essere dai 38 ai 40 milioni di laureati e lavoratori altamente specializzati, e 45 milioni di lavoratori con una istruzione secondaria in meno rispetto a quelle che saranno richieste dal mercato, a fronte di una sovrabbondanza stimata tra i 90 e i 95 milioni di persone con basse qualifiche. Con tali previsioni  sottomano,  al di là della crisi che ci tormenta e angoscia,  i paesi sviluppati, se vorranno garantire un futuro alle nuove generazioni, dovranno incentivare i giovani a intraprendere studi universitari e specialistici soprattutto nelle discipline scientifiche, ingegneristiche e tecniche. Saranno  queste le discipline più richieste. Parimenti, si dovrà curare molto anche la formazione di chi si ferma alla scuola secondaria e si immerge nel circuito professionale.  Mentre per  tutti varrà sempre di più  la regola – anch’essa poco praticata nel nostro Paese – della formazione  permanente e continuativa. L’apprendimento lungo tutto l’arco della vita è l’unica strada per orientare al lavoro le persone, e renderle più vicine  alla mentalità imprenditoriale.