La “pistola” di Brunetta è tutto un programma e non una “voce dal sen fuggita”

È difficile capire se a Renato Brunetta, ospite a In 1/2 ora di Lucia Annunziata, sia solo scappata la frizione o se la sua efficace metafora pistolera – «quando è carica, si spara» – riferita alla possibilità di tornare alle urne una volta approvata la legge elettorale, sia un annuncio bell’e buono. Fatto sta che c’è voluto l’intervento della delegata renziana a trattare sul Porcellinum, l’on. Boschi, per riportare in equilibrio una situazione finita già pericolosamente in bilico. Nel dubbio è lecito arguire che sul nuovo sistema di voto Forza Italia si accinga a giocare una partita complessa e ricca di sfaccettature. Al di là dei proclami, Berlusconi è totalmente indifferente alla sorte della riforma elettorale: se passa così com’è, tanto di guadagnato; se al contrario si va a votare con la legge ritagliata dalla sentenza della Corte Costituzionale, non metterebbe certo il lutto, anche perché un minuto dopo il voto bisognerebbe comunque tornare da lui per attrezzare un governo.

Tra la prima e la seconda opzione si può invece consumare il destino di Renzi. Il segretario Pd ha fatto della velocità la propria cifra politica. È lui a far girare il pigro sistema politico italiano allo schiocco della sua frusta. È un’immagine che assicura popolarità cui, però, è sottesa una strategia rischiosa che non ammette intermittenze o rilassamenti. Il tema della legge elettorale sembra invece fatto apposta per procuraglieli entrambi. Se vi restasse impantanato dopo averne indicato tempi e modalità, sarebbe la sua stessa leadership a restarne sfregiata col risultato che a rifulgere ulteriormente sarebbe solo quella, ancorché rugosa, di Berlusconi.

Alla luce di tutto ciò, è chiaro che evocando le elezioni il vulcanico Brunetta non l’abbia fatta fuori dal secchio per distrazione o per imprecisione, ma volutamente. Esattamente come la puntigliosa rivendicazione di paternità della riforma da parte del Cavaliere sembra fatta apposta per conficcare amorevolmente due dita negli occhi di Renzi. Non è sabotaggio, ma semplice profilassi pre-elettorale (a maggio si vota per l’europarlamento). L’abbraccio di Berlusconi a Renzi è solo la via più breve e sicura per zavorrarne la leadership. Poiché il Cavaliere non può farlo direttamente dopo averne accettato l’invito a riscrivere insieme le regole del gioco, regala pietanze avvelenate allo scopo di portare scompiglio nel campo di Agramante. E gli effetti già si apprezzano sotto forma di mal di pancia della sinistra interna. Ufficialmente per le liste bloccate, in realtà per il venir meno del collante antiberlusconiano.

Renzi ha creduto di poter servirsi di Berlusconi per due motivi: in primo luogo per sfuggire alle sabbie mobili in cui sarebbe probabilmente sprofondato se avesse accettato la logica della preventiva intesa di maggioranza sulle riforme; in secondo luogo per segnare una nuova era nel bipolarismo italiano. La realtà rischia di essere per lui molto diversa perché le continue e sempre più esplicite frizioni con il governo lo obbligano ancor di più guardare alla riforma elettorale come punto di approdo per vincere la contesa interna con Letta. Qui, però, trova un campo stabilmente presidiato da un Berlusconi già pronto ad interpretare il ruolo di guardiano del Porcellinum attraverso l’esercizio di un potere di veto insormontabile per chiunque intenda modificarlo. La conseguenza è chiarissima: se la riforma passa è merito suo, se non passa è colpa delle liti interne al Pd. Il giovane Renzi è avvertito.