La casa di Jan Palach diverrà un museo. Ma nel 1970 fu sepolto con un nome fittizio…

Negli anni Settanta e Ottanta il suo corpo fu nascosto, sepolto senza nome in un angolo del cimitero di Praga. Parte nella Repubblica ceca, nei 45 anni dal suo sacrificio, un progetto di ristrutturazione della casa dei genitori di Jan Palach, lo studente che nel 1969 si diede fuoco per protesta contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Il Parlamento ceco ha di recente approvato lo stanziamento di 240.000 euro per restaurare la casa del padre a Vsetaty, presso Melnik, a nord di Praga. L’edificio dovrebbe essere convertito in un museo. Si ipotizza anche di ristrutturare la pasticceria del padre, ubicata nello stesso immobile, che gli fu espropriata dal regime comunista negli anni ’50. «L’obbiettivo è conservare la memoria di Palach, cresciuto in questa casa, onorare il suo sacrificio, mostrare l’alto senso morale e il patriottismo di questo giovane e incoraggiare la gente a non essere indifferente dinanzi a ciò che accade nella società», spiega Jan Poukar, fondatore dell’associazione “Nazione Estinta” che si adopera da due anni per il museo nella casa vuota e malridotta dei Palach. Dentro dovrebbe essere sistemata la camera di Palach e allestita in altre stanze una mostra audiovisiva per documentare il clima opprimente dell’epoca. Jan Palach era nato l’11 agosto 1948 – anno dell’arrivo al potere del regime comunista con un colpo di Stato – a Vsetaty, dove trascorse l’infanzia e la gioventù, fino a quando, a 19 anni, iniziò gli studi di lettere all’Università Carlo a Praga. Il 16 gennaio 1969, a 21 anni, Jan Palach si immolò dandosi fuoco in cima a Piazza San Venceslao per protestare contro l’occupazione sovietica, cominciata con l’invasione dei carri armati nell’agosto 1968 per reprimere nel sangue l’esperimento del “socialismo dal volto umano” di riforme e libertà portato avanti da Alexander Dubcek passato alla storia come Primavera di Praga. Jan morì a seguito delle ustioni tre giorni dopo, il 19 gennaio 1969. Dopo di lui altri sette giovani seguirono il suo esempio, nel totale silenzio mediatico imposto dalle forze d’invasione sovietiche. Il tempo, come sempre, è stato galantuomo: negli anni successivi il nome di Jan Palach non doveva essere detto troppo ad alta voce, per non incorrere nelle attenzioni della StB, la polizia segreta della Cecoslovacchia comunista. Nessuno sapeva poi dove fosse sepolto: le autorità infatti per evitare un pellegrinaggio sulla tomba dello studente, l’avevano celata. Ma Livia Caldesi, attuale vicesindaco di Biella e dirigente del Fronte della Gioventù negli anni Settanta, andò nel 1980 a Praga, decisa a portare un fiore sulla tomba di Jan Palach, per il quale in Italia il Msi e il Fronte – peraltro in perfetta solitudine – avevano effettuato decine di manifestazioni. Ma al cimitero nessuno conosceva Jan Palach, e non si poteva chiedere apertamente. «Dopo qualche giorno – racconta Livia Caldesi – dopo molte insistenze e con la promessa di non rivelarlo, riuscimmo a sapere da una signora che le spoglie di Palach erano sotto un nome fittizio, addirittura il nome di una donna. Con molta circospezione riuscimmo a individuare la tomba, un po’ discosta dalle altre, e potemmo portargli un fiore. Le cose poi, abbiamo saputo, cambiarono dopo il 1989, e oggi Jan Palach ha un monumento in piazza San Venceslao. Ma per molti anni dopo il suo sacrificio, la sua memoria fu completamente cancellata in tutta Europa, perché non si voleva dispiacere all’Unione Sovietica». Certo, ieri era un reietto e oggi è un eroe nazionale. Ma doveva cadere il Muro di Berlino affinché il suo martirio fosse universalmente riconosciuto.