La Boldrini fa squadra con la Kyenge: “Nessuno ci può giudicare”

Chiariamoci: chi insulta, sbaglia. Sempre e comunque. Ma chiariamoci anche su un altro punto: in Italia esiste ancora il diritto di critica. E se tale diritto viene esercitato nei modi giusti e con un linguaggio serio, nessuno può permettersi di gridare allo scandalo o di creare un “processo”. E invece sta accadendo proprio questo, perché ogni volta che qualcuno osa polemizzare con la Boldrini e con la Kyenge viene apostrofato come “sessista” o come “razzista”. Non è così e di conseguenza appare surreale e strumentale l’invito che la Boldrini ha fatto recapitare alla Kyenge per darle solidarietà a seguito «degli attacchi messi in atto da esponenti istituzionali, politici ed editoriali». Quindi sotto accusa non ci sono i “rozzi” del web, ma parlamentari e giornalisti. «Dobbiamo sentirci tutti a disagio» – ha detto la presidente della Camera al termine dell’incontro con la “ministra”. Poi le ha rivolto «l’invito ad andare avanti» e a non  tener conto di «una minoranza chiassosa». Parole, queste, che lasciano perplessi, perché sotto accusa non sono le squallide intemperanze e le pessime vignette che circolano su Facebook, quanto invece le critiche politiche. La Boldrini, con la scusa degli “attacchi a Cécile”, nasconde la verità. E cioè che, fino a prova contraria, in Italia è ancora lecito opporsi alla cancellazione del reato di clandestinità, si può ancora chiedere che l’immigrazione non sia selvaggia, si può ancora essere a favore della famiglia tradizionale, si può ancora rispedire al mittente l’idea di sostituire il “padre” e la “madre” con “genitore 1” e “genitore 2”. In sostanza si può ancora contestare il “programma” della Kyenge (e della stessa Boldrini). Senza commette un peccato mortale. E quindi, senza finire all’inferno.