Istat, l’inflazione crolla all’1,2 per cento. Ma c’è poco da festeggiare

Il Vecchio Continente non è fuori dalla crisi. Tantomeno l’Italia. Due le conferme: le parole di Josè Manuel Barroso al Parlamento europeo («Non possiamo dire che siamo fuori dalla crisi» perché «la disoccupazione è ancora troppo alta»); e un report dell’Istat che informa che nel 2013 l’inflazione è crollata all’1,2%, in decisa frenata rispetto al 3,0% del 2012, registrando il livello medio annuo più basso dal 2009. Una buona notizia? Non proprio. Astraendoci dal sollievo di vedere i prezzi tutto sommato stabili e dal trarne conseguenze positive per le proprie tasche, non c’è molto da stare allegri. Questa situazione rende palpabile il pericolo di una spirale deflattiva, cioè di un andamento a passo di gambero per i prezzi, che, alla fine, frena i consumi (perché si aspetta il nuovo calo dei prezzi), minando la ripresa. Nel contempo, i dati rilevano un’altra batosta per i consumatori: il  prezzo del carrello della spesa, ovvero l’insieme dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, ha subito un ulteriore rincaro. Tali prodotti di largo consumo  (dal cibo ai carburanti) sono aumentati, nella media del 2013, dell’1,6% rispetto alla crescita del 4,3% del 2012, segnando tuttavia – sottolinea l’Istat – un valore di 0,4 decimi di punto percentuale più elevato rispetto all’inflazione media annua totale». A prima vista ciò non sarebbe in sé un male, visto che un andamento del genere equivale a un maggiore potere d’acquisto per le famiglie. Ma l’esperienza del Giappone negli anni ’90 insegna però che una depressione dei prezzi diventa difficile da sradicare quando diventa sistemica. Le famiglie prevedono sconti maggiori in futuro, dunque rinviano gli acquisti e paralizzano i consumi. Le imprese rinunciano a investire perché temono di vendere i loro beni e servizi domani a prezzi più bassi del costo di produrli oggi. Il quadro presenta molte ombre.

Il calo dell’inflazione è frutto «del crollo dei consumi delle famiglie nel 2013, con più di due italiani su tre (68 per cento) che hanno ridotto la spesa o rimandato l’acquisto di capi d’abbigliamento e oltre la metà (53 per cento) che ha detto addio a viaggi e vacanze e ai beni tecnologici e molto altro ancora», risponde l’analisi Coldiretti/Ixè. «La crisi ha provocato una profonda spending review dei bilanci familiari che ha colpito tutte le voci di spesa», investendo settori vitali: «Il 42 per cento degli italiani ha rinunciato alla ristrutturazione della casa, il 40 per cento all’auto o la moto nuova e il 37 per cento agli arredamenti. E sul 2014 – conclude la Coldiretti – pesa il fatto che appena il 14 per cento delle famiglie italiane pensa che la propria situazione economica migliorerà». Si aggiungono le preoccupazioni delle associazioni consumatori, che rilevano come il mini-aumento dei prezzi nella media del 2013,  tradotto in cifre rappresenta comunque una «stangata annua da 257 euro a famiglia».