Inquisizione “antifascista” a Firenze: attivisti dei centri sociali contestano lo spettacolo di Cristicchi

Prima le polemiche, gli attacchi, la scomunica da parte delle vestali dell’antifascismo puro e duro. Poi l’azione diretta, la contestazione, la pagliacciata in stile anni Settanta. A farne le spese è stato lo spettacolo Magazzino 18 di Simone Cristicchi, che racconta in modo struggente la tragedia delle foibe e il dramma degli esuli istriani, dalmati e giuliani dalle terre italiane cedute alla Jugoslavia dopo il Trattato di pace (o per meglio dire il diktat) siglato a Parigi nel 1947. I centri sociali hanno fatto irruzione al teatro Aurora di Scandicci (Firenze) poco prima della rappresentazione, inscenando la solita, triste gazzarra in stile veterocomunista,  gridando contro l’«ennesimo tentativo di revisionismo», esaltando il regime di Tito, ululando il classico, stolido ritornello sulla resistenza che «non si tocca». Lo spettacolo di Cristicchi non ha nulla di fazioso o di esasperato ( il Secolo ne ha già parlato in varie occasioni), toccando corde di notevole sensibilità che possono coinvolgere tutti, al di là di ogni appartenenza politica. Ma non c’è stato niente da fare. L’ordine di scuderia è partito («dagli al revisionista») e un gruppo di ragazzotti toscani l’ha applicato con la stupidità e lo zelo tipici degli attivisti dell’ultrasinistra più arrabbiata. Uno striscione demenziale  («la storia non è una fiction») è stato srotolato sul palcoscenico davanti a un pubblico attonito e indignato, che ha cominciato a inveire contro i contestatori e a intimar loro di porre fine all’indegna pantomima “antifascista”.

La gazzarra è durata un ventina di minuti, ma è stata sufficiente a lasciare un senso di amarezza e di tristezza. I centri sociali non sono nuovi alle contestazioni contro quello che considerano un “oltraggio” alle “sacre memorie” resistenziali. Ne sa qualcosa, tra gli altri, Giampaolo Pansa, che in più occasioni s’è visto contestato al tempo in cui presentava Il sangue dei vinti. Ma quello che lascia sconcertati è che ci siano giovani di oggi (fortunatamente poco numerosi, ma sicuramente rumorosi) che replichino gli stereotipi e gli slogan (di cui non intendono probabilmente il significato) che hanno funestato alcuni decenni della nostra storia. E dire che la legge istitutiva del Giorno del Ricordo (per onorare la memoria dei martiri delle foibe e per commemorare l’esodo degli italiani dalla terre adriatiche) fu votata a larghissima maggioranza dal Parlamento: espresse parere contrario solo Rifondazione comunista. Evidentemente, a dispetto dei diffusi richiami alla memoria condivisa, sopravvive un’Italia sorda a ogni richiamo alla coesione nazionale e alla civiltà della politica. È un’Italia che alimenta i rancori del presente con il veleni del passato.