Il Piemonte al voto. Proviamo a creare un centrodestra nuovo di zecca

Varrà senz’altro la pena di seguire l’evoluzione dello scenario piemontese dopo che l’odierna decisione Tar, su ricorso della piddina Mercedes Bresso, ha annullato la vittoria del leghista Cota del 2010 ed ordinato il ritorno alle urne. E non soltanto in omaggio all’importanza di una regione a dir poco determinante per il nostro passato e per il nostro futuro di nazione ma soprattutto per capire – al netto del contenzioso giudiziario che ne scaturirà – se essa potrà diventare laboratorio di nuovi equilibri politici.

Le prime reazioni del centrodestra incornano all’unisono l’ordinanza del Tar e sottolineano fin troppo esplicitamente una sorta di accordo tra giudici amministrativi e sinistra. La Lega ne è talmente convinta da aver organizzato in quattro e quattr’otto una fiaccolata anti “toghe rosse” guidata dal neo leader Salvini. Nel coro di protesta “complottista” non ha certo steccato il Ncd. Eppure, da un partito nato per salvare la collaborazione al governo con il Pd era lecito attendersi uno scarto apprezzabile che ne distinguesse toni e posizioni rispetto alla solita giaculatoria, impotente e recriminatoria, cui è solito abbandonarsi il centrodestra nei momenti di difficoltà. Comunque, sia, nel caso i piemontesi dovessero davvero ritornare anticipatamente alle urne, sarà interessante capire se ed in che modo il partito di Alfano riuscirebbe a tenere fuori dai confini regionali le polemiche che fatalmente trascinerebbero il governo nazionale nel fuoco di una competizione che già si annuncia al calor bianco.

Una seconda ed ancor più grande questione politica riguarda il rapporto con la Lega, partito cui Cota appartiene e che grazie alla generosità dell’allora Pdl governa in prima persona anche Lombardia e Veneto. Insieme formano la cosiddetta macroregione del Nord, un tempo anticamera dell’agognata secessione poi derubricata a bottega del buongoverno padano, alternativa alle clientele romane e meridionali, ed infine anch’essa sprofondata nelle palude di sprechi, scandali ed inefficienze quanto se non addirittura di più del mefitico, profondo Sud. In ogni caso, per quanto auspicabile, difficilmente Forza Italia e Ncd staranno lì a preoccuparsi di evitare che la parte alta dello Stivale continui ad essere percepito come un latifondo leghista. Se ne infischieranno. Soprattutto i berlusconiani, se le elezioni piemontesi dovessero coincidere con quelle politiche. Sanno fin troppo bene che Salvini non ci penserebbe neanche un minuto a mandare all’aria ogni ipotesi di coalizione con il centrodestra ove mai sentisse minacciato quello che – a torto – considera il suo diritto ad esprimere il candidato governatore. È una partita impari: da una parte c’è un pezzo di coalizione che ha bisogno spasmodico di vincere e dall’altra un altro pezzo che invece non ha paura di perdere. E che perciò prevale.

È uno schema, quello leghista, cui dovrebbe guardare con estrema attenzione “Fratelli d’Italia”, che proprio in Piemonte schiera una realtà tra le più attrezzate politicamente e tra le più forti elettoralmente. Intrupparsi fin da subito nell’alleanza rinunciando ad esercitare qualsiasi forma di condizionamento politico, progettuale o programmatico replicherebbe su scala ridotta l’errore compiuto dall’Alleanza Nazionale degli ultimi anni e soprattutto rischierebbe a lungo andare di scolorire ogni peculiarità e di cancellare la stessa ragion d’essere di questa giovane formazione. Al contrario, è tempo di osare.