Il nuovo Harlock, in bilico tra capolavoro epico e blockbuster senz’anima

A voler cercare metafore a tutti i costi, certamente ci si può riuscire. Capitan Harlock è, di per sé, un personaggio fortemente metaforico: è un pirata dello spazio; combatte contro un governo planetario totalmente autoreferenziale, oligarchico, corrotto, la Gaia coalition; guida una nave corazzata, l’Arcadia, che vaga nello spazio sulla rotta della libertà; ha una ciurma di senza terra, una comunità che lo segue senza tentennamenti e che ne condivide lo slancio ribellistico. Ma la verità è che il Capitan Harlock di Shinji Aramaki, arrivato nei cinema italiani il primo gennaio, trasmette poco di metaforico, dei riferimenti nicciani o dei richiami wagneriani. Nel film, del resto, il vero protagonista non è nemmeno il Capitano, ma un ragazzo, Yama, che finirà per salvare la terra, dopo aver spezzato il senso di colpa nei confronti del fratello Ezra, ufficiale della Gaia coalition che lo ha fatto infiltrare sull’Arcadia. Harlock resta quasi sullo sfondo, con la potenza – questa sì – di tutto il suo armamentario estetico: il ciuffo, la benda sull’occhio, la cicatrice e il mantello che fluttua pesante a ogni giro che il capitano compie su se stesso. È il suo pregio maggiore, come l’estetica è il pregio maggiore di tutto il film. Vale la pena vederlo molto più per questo che per la storia o il carattere dei suoi protagonisti. In questa versione Harlock ha perso gran parte dell’aura romantica che lo circonda, il suo piano – che sottende alla trama – è contorto, la decisione di abbandonarlo è meno tormentata di quanto richiederebbe lo stravolgimento di una missione che è la missione della vita. La vicenda personale di Yama ed Ezra, motore dell’azione, fa pensare più a un tv-movie che a un film epico, come dovrebbe essere questo. In compenso, la computer grafica, con l’ausilio del 3D, restituisce agli spettatori «un futuro già passato» di grande potenza visiva. L’atmosfera dark, l’Arcadia con la prua a forma di teschio e gli interni da astronave, i combattimenti stellari sono davvero molto belli e bello, nonostante alcune rigidità espressive, è l’effetto dei personaggi, soprattutto di quelli femminili, che sono esili e flessuosi. Alla fine, forse, è tutto un problema di aspettative. Chi andrà al cinema alla ricerca dell’anima profonda dell’eroe degli anni Settanta probabilmente resterà deluso. Chi ci andrà totalmente proiettato nel presente e nelle straordinarie possibilità tecniche che concede, invece, potrebbe uscirne più che soddisfatto.