Il governo è arrivato al capolinea. Renzi di fatto lo ha sfiduciato. Legge elettorale e subito al voto. Non c’è alternativa

Il 2015 è lontano. La crisi di governo sempre più vicina. Addio riforme (semmai qualcuno ci ha creduto davvero). E addio anche alle “piccole intese” puro espediente di sopravvivenza di una classe politica che negli ultimi due mesi ha dato il peggio di sé tra indecisioni e pasticci. I nodi stanno venendo al pettine. Sul lavoro, sulle tasse e sulle unioni civili la maggioranza è profondamente divisa. Renzi diserta l’appuntamento con Letta e fa capire, tutte le volte che se ne presenta l’occasione (cioè almeno tre volte al giorno) che questo governo non gli piace. Lui si vede già a Palazzo Chigi, ma deve sbrigare una piccola formalità: l’approvazione della legge elettorale. Nessuna paura: il provvedimento è già stato calendarizzato in Aula a Montecitorio per la fine di gennaio. Sbrigata la formalità, il premier si recherà dal capo dello Stato e gli comunicherà che le condizioni per proseguire l’esperienza intrapresa la scorsa primavera non ci sono più. Della riforme se ne riparlerà a tempo debito, presumibilmente tra alcuni anni. Intanto, però, si può votare, non ci sono più ostacoli.

Oltretutto per Letta fronteggiare questioncelle come quelle richiamate in aggiunta alla difesa quotidiana di questo o quel ministro (gli ultimi nell’occhio del ciclone sono Saccomanni, Lupi e la De Girolamo, insieme con il vice-premier Alfano per lo spinoso “caso kazako”: la versione del suo ex-capo di gabinetto, il prefetto Giuseppe Procaccini, ne ha rilanciato le responsabilità), non sembra più possibile: è una fatica di Sisifo mettere insieme quotidianamente ciò che – si era capito da tempo – insieme non può stare.

Se le “larghe intese” avessero avuto come scopo quello di fare in poche settimane la legge elettorale, tenere sotto controllo i conti pubblici e sbrigare l’ordinaria amministrazione, si sarebbe potuti andare a votare nell’ottobre scorso nella speranza che dalle urne uscisse una maggioranza politica. In questo stato non si sa che cosa augurarsi. Passa il tempo e la situazione economica si aggrava, il governo perde quel poco di fiducia che gli è rimasto, la presidenza del semestre europeo si avvicina e non sarà un bel vedere l’Italia al vertice dell’Unione con una maggioranza lacerata ed un governo impotente.

Meglio le elezioni. Al più presto. E’ per questo che Renzi non vuol sentir parlare di rimpasti, come al contrario era sembrato qualche tempo fa. Allungare l’agonia dell’esecutivo e della legislatura non serve a niente. Meglio chiudere in fretta, ma possibilmente con un minimo di ordine. Purtroppo anche questa prospettiva manca. E sarà proprio la legge elettorale ad evidenziare il disordine non arginabile. Il Nuovo centrodestra sente odore di bruciato, come la Lega e Sel: faranno le barricate in Parlamento per assicurarsi un minimo di rappresentanza. A meno di pasticci  finalizzati ad accontentare tutti, è probabile che dall’inciucio tra Pd e Forza Italia venga fuori  un’altra legge elettorale che non garantirà  una maggioranza certa.

Siamo condannati alle “larghe intese”, dunque, come si chiede qualcuno? E’ probabile. I sistemi fin qui proposti vanno in questo senso, stante un sistema sostanzialmente tripolare. Al peggio non c’è mai fine, insomma. Ed è inutile fare gli scongiuri.