Il caso Mastrapasqua insegna: i superburocrati e i boiardi sono la vera casta

Alla fine Letta si è deciso. C’è voluta una indagine della Procura di Roma a carico del presidente dell’Inps, nonché collezionista di poltrone,  Antonio Mastrapasqua  per affrontare il problema dei conflitti di interesse ai vertici della Pubblica amministrazione. Il premier ha annunciato un ddl con procedura d’urgenza. «Ovviamente il governo – ha detto Letta – non si sovrappone all’azione della autorità giudiziaria che è  in corso ma alcune considerazioni ci obbligano ad intervenire. C’è un regime di incompatibilità sancito per tutte le più alte cariche dello Stato, ma non per cariche rilevanza fondamentali quali enti pubblici nazionali». Su questo «buco normativo clamoroso» (così l’ha definito il premier)  il governo interverrà con un ddl «per incarichi in esclusiva per grandi enti come Inps o Istat». Che l’esecutivo intervenga finalmente a mettere ordine nella giungla delle poltrone è cosa sicuramente confortante, ma risulta non poco sconcertante apprendere che il governo scopra solo ora l’esistenza di un «buco normativo spaventoso» in materia di conflitti d’interesse tra le cariche eventualmente accumulate dagli alti papaveri pubblici. Possibile mai che l’ordinamento italiano non preveda un automatico meccanismo di tutela dall’ingordigia di superburocrati e boiardi? A quanto pare è così. E dire che non sono mancati negli ultimi anni i tentativi di scoperchiare  la botola e di mettere ordine ai piani alti della Pa. Come ha ricordato qualche giorno fa Silvano Moffa sul Secolo, il problema dell’incompatibilità tra gli incarichi dirigenziali presso  l’Inps e altre poltrone era già stato posto nel 2012, prima in Commissione Lavoro della Camera e  poi con una mozione approvata all’unanimità dall’aula, mozione nella quale  «si invitava il governo Monti  a cambiare il sistema di governo degli enti  previdenziali (Inps) e assicurativi (Inail)». Ma il governo ha fatto orecchie da mercante e la cosa è passata, come si suol dire, in cavalleria.

Ora dunque Letta cade della nuvole. Non abbiamo ragione di dubitare della buona fede del presidente del Consiglio. Ma un po’ di cautela è d’obbligo. Perché l’ “ingenuo” stupore di Letta è la dimostrazione di quello che molti sapevano  da tempo, ma che solo in pochi cominciano a dire da un po’: il vero potere non appartiene alla politica ma all’alta  burocrazia e all’alta dirigenza delle aziende di Stato. Sono loro la vera casta. Sono loro che possono di rendere vana una legge o inefficace una decisione del governo. Sono loro i  veri “padroni” della macchina pubblica. E, nei loro confronti, i ministri sono normalmente in soggezione. Né si capisce bene perché, dal momento che sono proprio i ministri e i parlamentari a prendersi gli insulti dei cittadini quando le cose non vanno, mentre i burocrati rimangono nell’ombra. Eppure è principalmente colpa loro se le cose in Italia procedono con una lentezza esasperante. È colpa loro se le leggi sono spesso scritte con i pedi e se gli atti pubblici sono roba paraesoterica. Il Corriere della Sera , giorni fa. ha ad esempio scoperto che un buon quaranta per cento di leggi e decreti emanati al tempo del governo Monti non ha ancora ricevuto applicazione. Tutti pensano che un problema è risolto quando viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la legge volta ad affrontarlo. Non è purtroppo così. Perché è da qual momento che comincia una vera e propria Odissea presso gli uffici legislativi dei ministeri, quelli che dovrebbero  stendere il testo del regolamento attuativo. I movimenti sono pachidermici e, nel frattempo, le categorie interessate possono anche morire. Un ddl dopo il caso Mastropasqua non fa primavera. A quando una vera, seria, incisiva riforma della Pubblica amministrazione?