Il caso del presidente dell’Inps indagato? Una patata bollente per il governo

Il caso Mastrapasqua, il presidente dell’Inps indagato per una storia di rimborsi e false fatturazioni a favore dell’ospedale israelita di Roma, dove  riveste la carica di direttore generale, sta diventando una patata bollente per il governo. E non solo per il governo.  Ci scuseranno i lettori se, contraddicendo per una volta lo stile che ci  appartiene,  ricorderemo questioni che ci chiamano indirettamente in causa per le responsabilità avute in un recente passato, quando dell’Inps e del suo presidente dovemmo  occuparci in seno alla Commissione Lavoro della Camera, prima, e nell’aula parlamentare,poi. Crediamo sia giusto. Non fosse altro che per chiarire che non è del tutto vero quel che ha scritto su Repubblica  un giornalista intelligente e in genere attento, come Massimo Riva,  a proposito della bramosia di potere del recordman italiano in materia di incarichi pubblici e privati (se ne contano almeno una ventina). Riva se la prende con chi ha governato nel frattempo e ha chiuso gli occhi. Intendiamoci,  lo scandalo c’è in tutta la sua dimensione. Le indagini  diranno se e quali reati  siano stati perpetrati, e quali danni procurati allo Stato,  grazie al coinvolgimento e alla diretta responsabilità di Mastrapasqua. Quel che  va confutato ,in questa sede, è l’assunto che “nessuno abbia alzato almeno un sopracciglio”, di fronte ad un tale cumulo di incarichi (e di incompatibilità) . Anche se è assai più importante, dal nostro punto di vista,  capire se il “caso” scoppiato in queste settimane possa finalmente indurre a cambiare il sistema di governo del  più grande ente previdenziale d’Europa, qual  è l’Inps, con i suoi 35mila dipendenti, un bilancio di 700 miliardi di euro e ben 24,5 milioni di iscritti. Procediamo con ordine. Ricordate la questione “esodati”?  Risale all’ottobre del 2012. L’ex ministro Fornero all’epoca continuava  a fornire numeri inesatti sulla quantità di lavoratori che, per effetto della riforma pensionistica, rischiavano di rimanere senza stipendio e senza pensione per un certo numero di anni. Un autentico balletto delle cifre da far girare la testa agli italiani e a centinaia di lavoratori vittime del decreto. Un clamoroso scollamento tra il ministero e l’Inps.Il  Fatto quotidiano  riportò quanto accadde  in Parlamento.  Vale la pena rileggere il pezzo firmato da Marco Palombi. “…Il ministro Elsa Fornero l’ha detto – senza nominare mai l’interessato, peraltro  – in audizione nella commissione controllo sugli enti previdenziali: Cambieremo la governance dell’Inps entro la fine della legislatura – ha scandito – il governo è pronto . In sostanza il lavoro del comitato nominato dalla titolare del Welfare è concluso ed è “convergente con il ddl presentato alla Camera dal presidente della commissione Lavoro… . Risultato: brutte notizie per Mastrapasqua, visto che quel testo prevede la completa incompatibilità tra gli incarichi dirigenziali in Inps e altre poltrone, più la fine del potere monarchico del presidente”.  Potremmo fermarci  qui, limitarci alla nuda  cronaca di quelle non facili giornate. Ma forse vale pena aggiungere dell’altro per maggior precisione. In effetti, la Camera si era mossa qualche mese prima. Alla fine di maggio dello stesso anno  l’aula di Montecitorio aveva approvato all’unanimità una mozione nella quale si invitava il governo Monti  a cambiare il sistema di governo degli enti  previdenziali (Inps) e assicurativi (Inail), correggendo il regime duale (un solo uomo al comando e un direttore generale) a favore di un sistema più trasparente e garantito da maggiori controlli. Insomma, tutto lasciava ritenere che, di lì a non molto, lo strapotere del presidente dell’Inps potesse essere perlomeno  bilanciato. Come ? Realizzando un nuovo equilibrio tra le varie funzioni amministrative e direttive, e una più articolata partecipazione nel governo complessivo dell’ente,  tale da coinvolgere  soggetti competenti e  naturalmente interessati , come lo sono  i rappresentanti sindacali. E’ esattamente quel che si riscontra nei sistemi previdenziali di ogni altra parte d’Europa. Dove, va detto , i sistemi previdenziali sono persino  meno estesi e presentano  bilanci di gran lunga più contenuti.  La Gabanelli dedicò una inchiesta di Report  alla vicenda. Insomma, senza grandi differenze di partito e senza pregiudiziali obiezioni sindacali,chi  più  chi meno, nella sostanza quasi tutti  usarono toni tra il preoccupato e l’indignato, denunciando una situazione assolutamente non più tollerabile. La Corte dei Conti, un anno prima (novembre del 2011), aveva sottolineato  in una relazione sullo stato dell’Inps  questa “inusuale concentrazione di poteri di indirizzo gestionale”. Il  disegno di legge di riforma, però,  non andò in porto. Venne bloccato. Sull’argomento scese il silenzio. Né valsero a rimuovere l’indifferenza  i  ripetuti tentativi (chi scrive, nel ruolo di presidente della commissione Lavoro, ne fece molti) di inserirlo nel calendario dei lavori parlamentari, prima che scadesse la legislatura. Potenza di Mastrapasqua? Soggezione e  viltà della politica? L’una e l’altra cosa insieme ? Non spetta  a noi giudicare. Sostenere, però, che nessuno  abbia provato a rimuovere quel che oggi appare indecente a tutti,   è francamente inesatto. Una domanda torna ad incuriosire noi come, pare,incuriosisca Massimo Riva: chi volle che non si muovesse foglia  per  rimuovere la  “frastornante ubiquità” del  presidente dell’Inps ? Soprattutto, perché ?