Il bipolarismo elettorale è ormai un feticcio. E la destra sbaglia ad adorarlo

È maturo il momento per affrontare anche da destra il tema della legge elettorale infrangendo qualche totem, nel frattempo degradato a feticcio. Ogni riferimento al bipolarismo è puramente voluto. Il bipolarismo è una parolina magica che in vent’anni di Seconda Repubblica ha contato più devoti di ogni altra religione elettorale anche se – come da italico costume – si è nutrita più di bigotta superstizione che di autentico slancio di fede. Prova ne sia la finta conversione di Casini, politico cresciuto nelle sagrestie democristiane a pane e proporzionale acconciatosi al nuovo credo per trovare posto nella prima, rocambolesca coalizione berlusconiana basata sulla Lega al nord e su Alleanza Nazionale al sud, due partiti che la Dc l’avevano aspramente combattuta. Ma Pierferdinando non batté ciglio ed abbracciò gli eredi del Msi e gli sventolatori del cappio come fossero vecchi amici. Lo fece, ovviamente, nel nome del bipolarismo. Altrettanto ovviamente, quando percepì (erroneamente) come declinante la leadership di Berlusconi si fece apostolo della crociata per il terzo polo. Sul piano personale non è che a Casini sia andata di lusso – è in Parlamento solo grazie a Monti – ma politicamente ha visto giusto: il bipolarismo è un arnese del passato. Non è rinata la Dc, in compenso è esploso il fenomeno Grillo. Ma i poli sono comunque tre.

E allora, se i poli sono tre come si può approvare una legge elettorale che “salvi il bipolarismo” o – per dirla on Renzi – che consenta di conoscere un minuto dopo il voto chi ha vinto e chi ha perso? Bello, bellissimo ma è più roba da Domenica sportiva che da Tribuna politica. È singolare che persino una “novità” come Renzi non riesca a discostarsi dalle esigenze della propaganda e ad approcciare la questione della legge elettorale in termini politici. Se i poli sono ora tre, anzi quattro considerando l’astensionismo, è solo perché i due che si sono contesi la guida del governo, centrodestra e centrosinistra, si sono sgonfiati come un soufflé. Vent’anni di bipolarismo muscolare, primitivo, addirittura circense in qualche caso, hanno finito per allontanare anche i più zelanti tra i devoti. Coalizioni allestite solo per vincere e che solo un minuto dopo già assomigliavano ad un campo di macerie. Che senso avrebbe continuare su questa strada? Allearsi e dirsi addio non ha finora portato bene né ha aiutato a condurre in porto riforme o a produrre veri cambiamenti. E lasciamo stare suggestioni come il “sindaco d’Italia” ed amenità del genere. Sindaco ed assessori si confrontano con il consiglio comunale non più di ventina di giorni all’anno. Premier e ministri vanno in Parlamento tutti i giorni. Sono due livelli elettivi e di responsabilità non confrontabili.

La verità forse è molto semplice nella sua carica “rivoluzionaria”. Il vestito nuovo dell’imperatore non esiste. Anzi, il re è nudo. Allo stesso modo occorre riconoscere che il bipolarismo italiano, forse anche perché privo di un coerente adeguamento della Costituzione, non è stato un bene. La politica è ridotta a semplice accessorio di una macchina che di base monta invece numeri, percentuali e sondaggi. In nome del feticcio bipolare e quindi della vittoria elettorale le coalizioni imbarcano di tutto e di più, a prescindere. Ogni partito è fungibile e bisogna tornare ai tempi di Depretis per ritrovare dosi altrettanto massicce di trasformismo politico. Un bilancio tutt’altro che esaltante.

Vent’anni fa la destra risultò orgogliosamente renitente alla leva della mobilitazione referendaria promossa da Mariotto Segni. Poi finì che i collegi elettorali maggioritari, riscoperti come antidoto alle preferenze ed al proporzionale della Prima Repubblica, la portarono dal ghetto al governo. Sorprese simili non sono rare quando la modifica di un sistema elettorale si innesta su un cambio di passo della politica. Esattamente come la fase che viviamo ora. Inutile, quindi, restare in adorazione del bipolarismo: i feticci non ascoltano e, soprattutto, non fanno miracoli.